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Gianfranco Iannuzzo è Il divo Garry al Teatro Quirino pubblicato da FABIANA RAPONI il 11/12/2008 Share on Facebook Caustico e brillante ritratto della borghesia inglese fra le due guerre, Il divo Garry completa con
This happy Breed e Blithe Spirit un’ideale trilogia del geniale Noel Coward. Una commedia leggera in 3 atti,
scritta nel 1939, che si concentra sulla personalità narcisistica del divo Garry Essendine, attore teatrale
di successo, bello, affascinante, capriccioso ed egocentrico che non può sfuggire però dalla classica crisi
di mezza età. Conteso dalle donne, adorato dalle folle, Garry è ossequiosamente viziato e coccolato dal suo
fedele staff e dalla ex moglie. Con eleganza e composta disinibizione ecco in scena il rapporto fra il mondo
e il teatro. Uno spettacolo costruito praticamente sul talento e la personalità di Gianfranco Iannuzzo che
con charme e seduttività interpreta il divo Garry, vanesio, egocentrico, che non smette (quasi) mai di
recitare. L’attore siciliano gioca e gigioneggia con il suo personaggio delineandone la personalità
narcisistica e giocando istrionicamente con ironia, si fregia della sua fisicità regalando al personaggio la
giusta dose di sfrontatezza, di divismo e simpatia, fra capricci e virtù, sempre plateale nei suoi
atteggiamenti, esagerato e compiaciuto della venerazione altrui, ossessionato e intrappolato nel suo fascino
irresistibile. Ora con modi aulici, ora con tempi comici, Iannuzzo recita benissimo la parte del divo, lui
che è proprio un anti-divo: molto garbato e gentile anche nel ringraziare l’intera compagnia. Lo affianca
un’elegante e garbata Daniela Poggi, molto brava nel rispetto dei tempi scenici, nel ruolo della raffinata
Liz, ex moglie di Garry. Bene gli altri attori che caratterizzano in modo efficace e divertente, qualcuno un
po’ sopra le righe, i personaggi. La regia di Francesco Macedonio, che si avvale della traduzione di
Masolino D’Amico, rimane al servizio del testo e del protagonista senza significativi interventi. La scena,
unica, di Andrea Svanisci, ricrea lo studio ricco di quadri e divani della casa del divo dove le scale e le
porte diventano funzionali alla drammaturgia della vicenda. Buona l’idea di mantenere il sipario aperto
durante i cambi di quadro per evidenziare i salti temporali, con le luci soffuse e la musica in sottofondo e
con i personaggi che si aggirano sul palco per sistemare gli oggetti. Si sorride grazie al tocco di comicità
di Iannuzzo in particolare, ma si sorride con amarezza riflettendo sui temi pirandelliani e
sull’impossibilità di essere sé stessi. Lo spettacolo funziona e risulta godibile, fra monologhi e ritmo da
vaudeville si sorride con grazia e ironia.
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