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Pene d’amor perdute di William Shakespeare in scena fino al 7 febbraio al Piccolo Teatro Grassi di Milano

da TeatriOnLine

pubblicato da MAURIZIO CARRA il 02/02/2010 Share on Facebook

E’ un grande evento culturale per la città la riapertura del famoso Teatro Grassi storica sede del Piccolo Teatro. Per l’inaugurazione si è pensato di chiamare il più apprezzato regista russo Lev Dodin che, con la sua compagnia di giovani allievi della prestigiosa scuola Maly Teatr, mette in scena “Pene d’amor perdute” di William Shakespeare, La commedia è una metafora di quel segmento della vita chiamata giovinezza, con tutte le sue contraddizioni. Il facile accendersi delle passioni amorose e di pulsioni erotiche, le follie, gli entusiasmi, i trionfi, le sventatezze da una parte e i fallimenti, le facili delusioni, la malinconia, le eccessive disperazioni, le ingenuità dall’altra. “Pene d’amor perdute” è la summa di questo incedere giocoso e disperato di due giovani compagni del giovane re di Navarra che decidono di darsi per tre anni ad una vita di meditazione e di studio lontano da distrazioni amorose. I buoni propositi cadono miseramente all’arrivo della Principessa di Francia accompagnata da due giovani, graziose e allegre ancelle.Il re e i tre amici si innamorano di quel bel quartetto di ambasciatrici che dapprima si prendono gioco di loro poi quando si dichiarano disponibili al richiamo amoroso, la notizia della morte del re di Francia rompe l’incantesimo. La Principessa e le tre accompagnatrici partono lasciando nello sconforto i giovani innamorati. Il finale è malinconico. I sospiri, i giochi e le schermaglie, tutte quelle “pene d’amore sono perdute”.
Shakespeare arricchisce la storia con divertenti equivoci basati sullo scambio delle coppie e con personaggi come Don Adriano De Armado gentiluomo spagnolo che con la sua retorica ampollosa e stravagante sembra uscito dalla commedia dell’Arte, ed ancora con un altro personaggio che richiama il tipico fool scespiriano..
Nella prima parte della commedia è di scena la primavera della vita con le iperbole amorose e le buffe galanterie. La parte finale sterza improvvisamente, con toni struggenti, sulle malinconie dell’autunno. La scenografia nella sua semplicità porta lo stigma di Dodin: cinque alberi stilizzati in ferro vuoti all’interno dove entrano ed escono i personaggi e con delle cavità che servono da appiglio ai giovani bravissimi attori per esibirsi in esercitazioni acrobatiche. Terminata la commedia tutta la compagnia fa un omaggio fuori programma ad un pubblico plaudente: un coro a cappella da brividi. .

Teatro PAOLO GRASSI, Milano

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