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TRILOGIA DELLA VILLEGGIATURA di Carlo Goldoni al Teatro della Pergola di Firenze

da TeatriOnLine

pubblicato da LUCIA TEMPESTINI il 09/03/2010 Share on Facebook

Il biancore accecante, wilsoniano, del fondale a semicerchio ferma esemplarmente il senso del meriggio, quell’immobilità senza ombre gravida di stridii e forme d’aria in cui, di solito, la consistenza del soggetto umano si perde fondendosi con gli elementi vegetali e animali circostanti (risalgono alla superficie della coscienza, come per un riflesso condizionato, le anafore dannunziane: “Non bava/di vento intorno/alita. Non trema canna […] Non suona/voce, se ascolto […] in un cerchio/di canne, che circoscrive/l’oblio silente; […] inerti cumuli di vapore./Bonaccia, calura,/per ovunque silenzio./ […] Perduta è ogni traccia/dell’uomo. Voce non suona,/se ascolto. Ogni duolo/umano m’abbandona./Non ho più nome./E sento che il mio volto/s’indora dell’oro/meridiano”).
Ma qui, entro la vampa di luce che avvolge la residenza estiva del Signor Filippo, a Montenero, ci imbattiamo nell’ozio infastidito, maligno di Ferdinando, parassita di professione, nonché nel vacuo, ottuso smaniare degli altri villeggianti, e la prospettiva cambia radicalmente.
Ai borghesi convenuti in villa è ignota la dimensione della vacanza; anziché liberarsi della contingenza, essi trasferiscono angustie, disagi, alterigia, insoddisfazioni, cerimonie della crudeltà e della finzione nell’ambiente delle agognate villule collinari, amplificando l’effetto grottesco, a tratti degradato, dell’ininterrotto minuetto di veleni e poco eleganti allusioni.
La partenza da Livorno avviene dopo faticose trattative riguardanti la distribuzione dei posti in carrozza, l’orario, il bauletto da cucina colmo di cioccolata, spezie e zucchero strappati con mille preghiere e promesse dal domestico Paolino ai negozianti esasperati, gli abiti non consegnati dal sarto (per via di un conto diventato troppo lungo), i molti debiti il cui pagamento viene rimandato a un tempo successivo e indefinito (“pagherò…al ritorno dalla villeggiatura”). Perché l’essenziale è non rimanere “a far la guardia alle mura di Livorno” ed esibire mantelline col cappuccetto all’ultima moda di Parigi.
Nel Signor Leonardo & Co. osserviamo l’ingenuità capricciosa da parvenu e l’irresponsabilità di una borghesia già “piccola” e istericamente infatuata dei simboli effimeri del benessere. La villeggiatura viene dissipata in artefatte sofferenze amorose, eccessi di ingordigia nevrotica, futilità varie e nottate insonni (ci si alza di malumore, quando il sole è già alto, con gli occhi gonfi e l’amaro in bocca), mentre la minaccia della bancarotta si insinua serpentina nello sfrigolio meridiano delle cicale.
Non a caso questo microcosmo privo di disegni che superino l’arco della giornata, elegge a proprio simbolo esistenziale il giuoco delle carte (rubamazzetto, picchetto, ecc.), inteso come insieme di regole meccaniche da un lato e, dall’altro, come illusorio, o comunque transitorio e parziale, dischiudersi della possibilità di un cambiamento economico.
In questa società basata sulla perpetuazione di un’attesa annidata dentro l’inerzia smaniosa, è naturale che anche i sentimenti si adeguino alle esigenze della reputazione, del buon nome, dell’onore, ma soprattutto alle urgenze finanziarie, ai sequestri di beni e ai mandati d’arresto degli aspiranti mariti, generando matrimoni che lasciano ben poco spazio agli empiti amorosi e fanno presagire famiglie corrose da malumori, recriminazioni, tradimenti e ulteriori sperperi compensativi.
Solo i due giovani domestici Brigida e Paolino valicheranno d’istinto il confine dell’esperienza panica, ricamando di brevi risate galanti il magico boschetto shakespeariano del secondo atto, mentre, ignari d’ogni suggestione notturna, i padroni si incamminano verso Montenero, pregustando acqua di cedro, cioccolata e altre bevande goduriose.
Toni Servillo, come regista e come interprete, scarnifica i meccanismi sociali per mostrarne lo scheletro, il nudo, spietato funzionamento, i singoli, atroci movimenti privi di sbocco; induce la mostrificazione dei personaggi a levarsi, orribile e grandiosa, per mezzo del sovrapporsi improvviso, isterico, quasi espressionista, delle risate di dileggio che accompagnano la lettura del messaggio straziante della Signora Sabina (ed è solo un esempio). Adattamento e regia Toni Servillo
Scene Carlo Sala
Costumi Ortensia De Francesco
Luci Pasquale Mari
Suono Daghi Rondinini
Aiuto Regia Costanza Boccardi
Con Paolo Graziosi, Andrea Renzi, Toni Servillo, Francesco Paglino, Rocco Giordano, Eva Cambiale, Tommaso Ragno, Anna Della Rosa, Chiara Baffi, Gigio Morra, Alessandro Errico, Betti Pedrazzi, Mariella Lo Sardo, Giulia Pica, Marco D’Amore.

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