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La Tempesta di Shakespeare con Giorgio Albertazzi al Silvano Toti Globe Theatre di Roma fino al 1 agosto

da TeatriOnLine

pubblicato da FABIANA RAPONI il 27/07/2010 Share on Facebook

Assume i caratteri di sogno metateatrale e a tratti minaccioso la Tempesta di Shakespeare riletta da Daniele Salvo. Dopo il successo riscontrato nel debutto al Teatro Romano di Verona (lo spettacolo è coprodotto dall’Estate Teatrale Veronese e dal Globe Theatre di Roma), l’allestimento arriva al Silvano Toti Globe Theatre, il teatro elisabettiano di Roma. E fin da subito s’intuisce che lo spettacolo, la seconda delle nuove produzioni presentate nella stagione 2010 del Globe, è importante e articolato. Protagonista di lusso è Giorgio Albertazzi che veste gli abiti dell’esiliato Duca di Milano, il mago Prospero, demiurgo dell’isola, deus ex machina (spesso collocato su un livello superiore agli altri), moderno burattinaio. Solenne e composto, Albertazzi sceglie di dar corpo e voce al demiurgo con naturalezza e toni quasi sussurrati, veri, in un vero gioco di pura architettura metateatrale, lasciandosi andare solo per un attimo alla rabbia e alla vendetta. È lui il deus ex machina che manipola il destino della figlia Miranda (Roberta Caronia), degli ignari naufraghi della corte di Napoli (perfetto il Gonzalo di Virgilio Zernitz, ottimo l’Antonio di Carlo Valli) e degli spiriti Ariel e Caliban. E se i bei costumi di Gianluca Sbicca (e Susanna Proietti) esaltano l’aspetto favolistico e storico della vicenda, proprio gli spiriti Ariel e Caliban vengono mascherati con tute color carne, come vere creature diverse. Lo spirito Ariel, l’ottima e agile Melania Giglio, è un ibrido, uomo-donna, dai toni supplichevoli e dalla voce quasi infantile che solo alla fine si toglierà la maschera riacquistando incredula la sua libertà nell’ultimo dolcissimo saluto con Prospero. Una delle “invenzioni” dello spettacolo è proprio la teatrale apparizione di Ariel che appare subito in tutta la sua sfuggevolezza nella dislocazione e alterazione vocale che le regalano una dimensione onirica. Caliban è l’ottimo Gianluigi Fogacci (già insinuante e apprezzato Iago nell’Otello dello scorso anno diretto proprio da Daniele Salvo) che tratteggia uno schiavo mostruoso e animalesco, nel movimento e nei suoni emessi. Daniele Salvo (regista cresciuto con Luca Ronconi, e si vede) costruisce una Tempesta ricca e artificiosa, complesso e quasi barocca che si offre agli spettatori attraverso diversi livelli di lettura, dal più semplice e diretto al più ardito e misterioso. Chiave di lettura immediata appare la spiccata metateatralità della messinscena che sembra riecheggiare i colori e le atmosfere di un lontano sogno, fra artifici e apparizioni, fumi e dislocazioni, movimenti sul palco e intrusioni nella platea. Pesanti e articolati drappi color ghiaccio, corde e foglie cosparse sul palco, altalena e giocattoli, fanno parte dell’irreale e complessa scena di Alessandro Chiti che sfrutta la struttura architettonica stessa del Globe che pone spesso Prospero ai piani alti, superiore demiurgo e burattinaio rispetto agli altri collocati in basso. E la struttura lignea del teatro viene interamente svelata solo alla fine, quando Prospero rinuncia alla sua magia e abbandona l’isola: solo allora cadranno tutti gli artifici, compresi quelli scenici, quando tutti i personaggi dopo aver perso il loro orientamento, hanno nuovamente ritrovato sé stessi. Catarsi non solo dei personaggi, ma anche del pubblico e per citare Gonzalo “abbiamo ritrovato noi stessi che non eravamo più noi stessi”.

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