La bottega del caffè. Al Teatro La Pergola fino al 13 febbraio

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Nel campiello giocattolo pennellato di colori levantini che simulano i riflessi del giorno, le facciate strette arrampicate una accanto all’altra – sulle quali si moltiplicano bifore in cerca di luce e respiro – fanno immaginare scale anguste che, partendo dalla piazzetta e dalle calli disagevoli che vi approdano, salgono verso le irregolari altezze di case dai pavimenti in graniglia e dai mobili intarsiati.

Il microcosmo di botteghe e attività di ristoro – caffetteria, locanda, barbiere – prende lentamente vita, mentre si dischiudono le porte della “biscazza” di Messer Pandolfo per restituire alla scansione diurna delle ore e dell’esistenza gli ultimi giocatori, i più restii ad abbandonare i tavoli e l’ipnosi delle carte (o la dimensione atemporale e circolare del gioco), gonfi di sonno e di zecchini o, al contrario, lividi di angoscia e con la mente avvitata intorno alla preoccupazione di trovare un possibile rimedio alle perdite disastrose (cuneo doloroso infitto sotto ogni pensiero). I prestiti, cercati e ottenuti per sanare debiti e far fronte alle necessità primarie, alimentano a loro volta quella coazione a ripetere patologica, quell’ebbrezza data dal rischio, che sta all’origine del vizio del gioco.

L’arrogante e disperato Eugenio, reduce dalle nottate trascorse perdendo a faraone, è sempre fra i primi ad accasciarsi sulle sedie del caffè all’aperto del Signor Ridolfo, incarnazione di quella misura antica e quasi perduta che Goldoni non manca mai di citare, con un sentimento in delicato equilibrio fra nostalgia e disincanto.

Ma persino il Signor Eugenio viene puntualmente preceduto da Don Marzio nella cerimonia del primo caffè (o cioccolatte) quotidiano. Questo gentiluomo di esibita magnanimità, assai prodigo delle castagne secche prodotte nei suoi “beni”, galleggia a mezz’aria in un apparente stato di distrazione e candore; soccorrevole, confortevole e cinguettante come l’Omino di Burro di Collodi o il Conte Fosco di Wilkie Collins. Vagolante blattella germanica bipede in tricorno e abit à la francaise rosso, edifica instancabilmente – per proprio diletto e per attrarre il maggior numero possibile di creature umane nel proprio campo gravitazionale – un mondo parallelo basato sull’osservazione maliziosa e sul capriccio gratuito della maldicenza. Dietro i brevi lampi luciferini dell’occhialetto di cui si arma per operare una sottile deformazione della realtà si nasconde l’indifferenziata pulsione endogena infantile, la bulimia immaginativa che mira anche all’attenzione e alla considerazione altrui e che, superati i limiti, innesca un processo di distruzione della fragile superficie del mondo e, di conseguenza, della propria imago riflessa.

L’ambiguo manifestarsi di accadimenti e identità individuali (Placida, Flaminio e Vittoria assumono false identità o indossano maschere e travestimenti, perdendosi simbolicamente e materialmente come certi personaggi di Hofmannsthal) subisce un ulteriore slittamento verso il fantastico, grazie alla stratificazione progressiva di ipotesi e invenzioni formulate dall’ineffabile Don Marzio. Per suo merito la sostanza inerte di oggetti e situazioni (gli orecchini di Vittoria, le pezze di panno di Eugenio, le vesti dimesse dell’ignota pellegrina, la “porta di dietro” della casa di Lisaura, attraverso la quale passerebbero i suoi spasimanti in un “flusso e riflusso” ininterrotto) si scompone in particelle elettriche cariche di finzioni, duplicazioni, contraddizioni, mistero, possibilità infinite.

Dispiace che l’interpretazione unidimensionale di Salines, rendendo Don Marzio un allocco indiscreto e ciarliero, non permetta alla complessità cangiante, lenticolare del personaggio di affiorare in superficie.

Purtroppo l’intero allestimento, ignorando gli aspetti corrosivi di una delle commedie più nere e nichiliste di Goldoni, si adagia su clichés, bonarietà, goffaggini, patetismi, atteggiamenti abusati, ormai improponibili dopo le versioni innovative ed esemplari di Castri e Ronconi (per tacere di Cobelli e Missiroli, nonché di una recente “Vedova scaltra” di Lina Wertmuller), finendo per ripiegarsi su se stesso e inabissarsi velocemente in una pesantezza priva di rifrazioni.

Di Carlo Goldoni

regia Giuseppe Emiliani

scene e costumi Guido Fiorato

musiche Giancarlo Chiaramello

produzione Compagnia del Teatro Carcano

con Marina Bonfigli, Antonio Salines, Virgilio Zernitz, Massimo Loreto, Umberto Terruso, Francesco Migliaccio, Alice Redini, Valeria Perdonò, Enrico Bonavera, Pompeo Gregori, Marcello Angeli, Dario Merlini

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