“Occidente” di Rémi De Vos. In scena fino al 24 aprile allo Spazio Tertulliano di MIlano

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Tutto bene. La commedia è piacevolissima, divertente, scoppiettante, addirittura esilarante, ma (c’è sempre un ma..) alcune cose non mi sono chiare. Non riesco per esempio a capire il significato del titolo”Occidente” in quanto il tema della difficoltà della vita di coppia, del declino e della nevrosi dell’essere umano ha carattere universale (anche se più studiato e conosciuto nei paesi occidentali). Né vi leggo, se non di striscio, una “feroce satira di sociale”, né una vera denuncia del razzismo, dell’intolleranza, della sopraffazione. Temi che l’autore si limita a proporre in negativo senza approfondimenti che altrimenti ne stravolgerebbero l’impianto drammaturgico. Sarebbe dunque riduttivo voler interpretare la vicenda come metafora dell’Occidente.

Ma ritorniamo alla storia.

Come abbiamo detto, la pièce tratta in modo divertente e trasgressivo l’eterno problema della convivenza. E lo tratta non in modo “cattivo” . Non come farebbe il grande Thomas Bernhard che scriveva:“La cosiddetta convivenza ideale non esiste, nessuno ha il diritto di pretenderla. Contrarre un matrimonio vuol dire passare dall’antinferno della solitudine all’inferno della vita in comune“. Né come farebbe Pinter perché fra i due coniugi non si interpone la barriera dell’incomunicabilità. L’aggressività e l’insulto possono essere infatti interpretati come una normale anzi necessaria forma di dialogo fra due nevrotici un po’ masochisti. Oppure come un divertissement vestito con i colori grigi e problematici della nevrosi dell’uomo contemporaneo, quando l’uso di un linguaggio violento e volgare non è che un mezzo per esprimere l’assurdità della vita in un mondo privo di reale comunicazione. Se poi si vuol fare un altro riferimento si potrebbe tirare in ballo Campanile per l’iterazione della parola e la comicità prodotta dalle scansioni, dal ritmo, dai tempi scenici. Molto spesso infatti la parola perde il suo significato lessicale per assumerne uno diverso, rituale. La parola cioè diventa suono, segno.

La vicenda è raccontata con una scrittura veloce, un ritmo teatrale equilibrato e una buona  analisi psicologica dei personaggi i quali danno l’impressione di impostare il loro gioco di coppia per colmare un pericoloso deficit di libido, di stimoli vitalistici e per uscire dagli schemi frusti di un’ordinaria ipocrisia.  E, in un gioco di finzioni consapevoli, di finta trasgressione, ritrovano il gusto della seduzione. Una coppia dunque non in crisi, ma alla ricerca di un’identità che si stava perdendo.

Bravissimi Cinzia Spanò e Nicola Stravalaci a recitare la commedia della aggressività permanente, degli insulti rituali, del falso cinismo. Eccellenti a cambiare registro, a modulare i toni, ad esprimere gli stati d’animo con adeguate posture e acconcia gestualità.

Spettacolo riuscito grazie anche all’ottima regia di Silvie Busnel.

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