“La locandiera” al Teatro Vittoria di Roma fino al 17 aprile

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Chi non conosce la storia di Mirandolina, la vezzosa, orgogliosa e pragmatica locandiera di Goldoni da cui tutti sono irretiti, che ama essere corteggiata e riverita e che per scommessa fa innamorare di sé il Cavaliere di Ripafratta, misogino e nemico delle donne? La vicenda è nota, ma l’interpretazione che ne offre il regista-attore Jurij Ferrini è davvero inedita: muove dalla consapevolezza che il testo goldoniano sia assolutamente attuale e lo affronta con fare quasi provocatorio a dispetto dei tradizionali allestimenti. Scene, lingua, tagli del testo e regia sono il frutto di una rielaborazione contemporanea: per Jurij Ferrini, La locandiera e tutta l’opera di Goldoni tutta, devono essere sdoganate da un’interpretazione eccessivamente forzata. La versione proposta è minimalista e contemporanea, priva di orpelli sia scenici sia linguistici. Ed è ovvio perché per Ferrini la forza della Locandiera sta proprio nella sua attualità, nell’intelligenza e nella spregiudicatezza del testo. Ecco allora che il regista propone sul palco un divertente gioco metateatrale amplificato ancor di più dagli attori che interagiscono al momento giusto con il pubblico entrando e uscendo dal personaggio. La prima novità è di carattere visivo perché quando si apre il sipario lo spettatore capisce subito che tutti gli attori, già seduti, rimarranno quasi sempre in scena. A lato del palco, lo stesso Ferrini che con gesti concitati dirige la scena d’apertura fra il Marchese di Forlinpopoli (l’esaltante Andrea Cappadona) e il Conte d’Albafiorita (Angelo Tronca). Sembra di assistere, e la sensazione crescerà sempre di più, a una prova generale della Locandiera in cui l’attore introduce la scena, si discute sui tagli da fare, ogni tanto i litiga minacciando di abbandonare la scena e via dicendo. Di sicuro una Locandiera profondamente ripensata come non l’avete mai vista che evoca il gioco della lettura collettiva dell’opera, in cui ogni scena viene introdotta. Di fatto Ferrini ha trasformato La locandiera in un’opera squisitamente comica, in cui il ritmo appare quasi forsennato, la parola travolgente a dipingere personaggi e stati d’animo (e sociali), la gestualità (in alcuni casi quasi da slapstick comedies) fondamentale, senza tralasciare mai la malizia sottesa e il desiderio incarnati dalla bella Ilenia Maccarrone nel ruolo di Mirandolina. Ferrini si riserva per sé il ruolo del misogino, cupo Cavaliere di Ripafratta, con inediti risvolti cominci, che cadrà nella rete del crudele gioco di Mirandolina. L’ideazione scenica (del regista) offre alla platea dei fili dove sono appesi i sontuosi abiti settecenteschi (che guarda caso saranno indossati, solo per un attimo dalle uniche attrici anche nella commedia, Ortensia e Dejanira) che evocano il secolo di riferimento, giacché la commedia travalica tempo e spazio. Gli attori ben si prestano tutti a questo gioco estremamente comico, spassoso e un po’ irriverente (e in qualche tratto un po’ forzato, soprattutto sui tagli operati sul testo addirittura conteggiati sul palco e intervallati da finti litigi) per chi ama il teatro di tradizione. Ma forse è un bene sdoganare le opere per continuare ad amare la tradizione e capire come concentrarsi più che mai sul testo lo valorizzi sempre di più.

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