“Dove ci porta questo treno blu e veloce” e “Le cose sottili nell’aria” un dittico di Massimo Sgorbani. In scena fino al 29 maggio al Teatro Franco Parenti di Milano

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Il Teatro Franco Parenti presenta con la regia di Andreé Ruth Shammah due spettacoli di Massimo Sgorbani: “Dove ci porta questo treno blu e veloce” e “Le cose sottili nell’aria”. La drammaticità dei soggetti che riguardano la vita e le vicende di un’umanità sofferente e travagliata è fonte di una serie ininterrotta di emozioni. L’autore, con un linguaggio asciutto e immediato, ci offre un teatro vero, un teatro dove solo la parola e la voce declinano il dramma della solitudine del nostro tempo.

Il primo spettacolo “Dove ci porta questo treno blu e veloce”, racconta la vita di una ragazza Kosovara che, nello scenario di guerra e disperazione, dopo essere stata sedotta e illusa da un soldato, è costretta a vendersi. E sopporta le violenze e le umiliazioni nella convinzione di salire un giorno, come nelle fiabe, sul “Treno blu e veloce” metafora del viatico che la condurrà al riscatto morale, alla libertà e all’affrancamento dalla solitudine. Sabrina Colle offre una prova di alta professionalità interpretando il ruolo della ragazza kosovara con intensità e verità dispiegando toni, accenti e inflessioni di grande valore attorale. La prova di Sabrina sconfigge il pregiudizio nei confronti delle attrici belle quasi che il binomio bellezza e bravura siano i corni di un ossimoro.

Altra scena, altro dramma ne “Le cose sottili nell’aria”. Una storia di rassegnazione e incomunicabilità fra madre e figlio. Due sono dunque i personaggi, ma non c’è dialogo diretto tra loro. Sono in realtà due soggetti monologanti. Lei parla al marito morto, di cui crede di coglierne la presenza fra i canali della televisione, e gli confessa le frustrazioni, l’amarezza, gli sbagli di tutta una vita. E’ una madre indurita dalla solitudine e da un apparente cinismo dominata da un senso di colpa per non aver capito il figlio. Madre e figlio sono due disadattati che si confessano senza mai incontrarsi. Lei in salotto davanti alla televisione, in un processo di autoanalisi, finge di parlare col marito, lui in un’altra stanza in mezzo ai rifiuti, racconta la sua vita, il senso di abbandono, la solitudine, la violenza, l’onanismo con proiezioni pedofile. Un’angoscia priva di speranze che nasce dall’invadenza dell’informazione e delle immagini mediatiche che ne hanno esaltato il voyeurismo e quell’esibizionismo morboso che, innocente, lo porterà ad una morte violenta.

Ivana Monti è una madre grande nella sua dimensione tragica. Un’interpretazione eccezionale, a tratti dolente, a volte straziante, sempre misurata. Perfetta la voce nei toni, nelle sfumature, nell’espressione, nei disperati sussurri. Bravissima! Mario Sala, nella difficile parte del figlio, modula con grande sapienza la voce ora incerta e segmentata, ora disperata e nevrotica. Molto accurata la regia di Andreé Ruth Shammah.

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