“La Battaglia di Legnano” di Verdi al Teatro dell’Opera di Roma celebra il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia

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Ultimo atto delle celebrazioni in occasione del 150 anniversario dell’Unità d’Italia al Teatro dell’Opera di Roma con La battaglia di Legnano, opera giovanile di Giuseppe Verdi del 1849, commissionatagli dai triumviri della fugace Repubblica Romana.  Politica, lealtà, ma naturalmente passione, forse tradimento, fra pubblico e privato: c’è un po’ di tutto in una trama che richiama a tratti il feuilleton ottocentesco e che inneggia patriotticamente all’Unità d’Italia in ogni istante.

La tensione rivoluzionaria e fiammeggiante della partitura, l’ha ben compresa il direttore d’orchestra Pinchas Steinberg che ha esaltato il pubblico fin dall’inizio, nella trascinante sinfonia d’apertura con l’Orchestra del Teatro in forma e che ha colorato proprio gli aspetti più patriottici e pimpanti dell’opera. La regia (discreta) del napoletano Ruggero Cappuccio (già regista dell’Elisir d’amore a febbraio) sostituisce quasi all’ultimo la regia annunciata in cartellone di Gabriele Lavia (per una regia troppo politica? Per un cachet troppo alto? Per improvvisi e sopraggiunti impegni dopo la nomina all’Argentina?) parte da una visione ideologica secondo cui la battaglia militare di Legnano, con la vittoria di Milano contro il Barbarossa, si trasforma in una battaglia culturale come icona e difesa dell’unità italiana idealmente tratteggiata dall’esposizione delle tele di diverse epoche storiche, dalla Battaglia di Anghiari a Paolo Uccello a Caravaggio che scorrono lungo i quattro atti. Eccoci idealmente nel deposito di un museo dove una silenziosa restauratrice di bianco vestita si adopera per la solerte cura delle opere, dove l’illuminazione è minima come richiede la cupezza della vicenda, e dove i costumi (come le scene stesse curate da Carlo Savi) sono ibridi, annoverando linee di foggia ottocentesca o trench a conferma che l’identità nazionale travalichi il tempo. Alcune  scelte registiche lasciano un po’ perplessi (Arrigo che nel terzo atto si getta in stile Tosca), altre sono di sicuro effetto, tra cui il Barbarossa già in scena e di spalle alla platea nel secondo atto che evoca il suo minaccioso esercito attraverso due praticabili rialzati con manichini lussuosamente agghindati. Fra il nutrito cast, il tenore Giuseppe Altomare nel ruolo del valoroso veronese Arrigo si distingue per il timbro nobile, Serena Farnocchia nel ruolo di Lida ha una voce squillante e versatile, ed emergono i baritoni, il convincente Rolando di Giuseppe Altomare, Dimitri Beloselski, voce possente nel ruolo di Federico Barbarossa e Gianfranco Montresor, il prigioniero tedesco Marcovaldo. Bene anche il Coro che emerge costantemente laddove presente. Si replica fino a domani.

 

 

 

Fabiana Raponi

 

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