“Sogno di una notte di mezza estate” di William Shakespeare

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Il tessuto drammaturgico de “Il sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare (commedia ad un tempo piacevole e misteriosa) intreccia realtà e sogno in modalità sovrapposte. La prima è caratterizzata da due racconti, quella della corte di Atene dove Teseo e di Ippolita stanno predisponendo la grande festa nuziale e quella di due coppie di giovani che dapprima si amano poi, a causa del disguido di un folletto, si rincorrono, si odiano e alla fine si ricompongono. L’inspiegabile inversione dei sentimenti cui le due coppie di innamorati soggiacciono (con l’inevitabile corollario di litigi, smarrimenti e disperazione) è causata dai filtri magici che sbadatamente il folletto Puck versa nei loro occhi. Ma questi amori a fasi alterne, questo inseguirsi e sottrarsi vuole essere la metafora dell’alternarsi delle tempeste (ormonali e sentimentali) giovanili e dei sentimenti cui tutte le coppie nella vita sono soggette. Ma in modo più sottile oltre all’amore, Shakespeare vuole rappresentare gli scherzi del destino e le allusioni ad una dimensione di violenza e prevaricazione nascosta dietro il rapporto amoroso.

La seconda modalità è rappresentata dal mondo notturno e incantato di Oberon e di Titania re e regina delle fate e del loro “sbadato” folletto Puck.  A parte c’è un mondo buffonesco e reale di artigiani (secondo Shakespeare) che si improvvisano attori per concorrere alla selezione indetta dal re per allietare la festa. I quattro divertenti commedianti preparano un intermezzo ispirato alla storia di Piramo e Tisbe che termina con l’esilarante rappresentazione di questa “farsa molto tragica”.

Il regista Andrea Battistini nell’adattare il testo del bardo ha creato uno iato troppo evidente fra il tema della commedia e l’appendice dei commedianti. Da un lato, premiando l’essenzialità, ha sforbiciato, senza nulla togliere alla drammaturgia del testo la parte finale che si conclude con le cerimonie nuziali di Teso e Ippolita. Dall’altro lato ha dilatato la storia dei teatranti, trasformando i quattro artigiani in cinque persone con gravi problemi psichici che, sotto la guida di un’attrice, sono protagonisti di un esperimento di teatro-terapia. Quest’ultima storia di grande intensità e interesse, nell’originale lettura di Battistini, fa corpo a sé sia per l’ampiezza che fa dimenticare il tema principale (forse, nell’interpretazione del regista, questo è il tema principale), sia per il contesto drammaturgico. Insomma, le due storie (quella del bardo e quella di Battistini) meriterebbero una propria esclusiva, separata rappresentazione.

Lo spettacolo è vivace, ben costruito con attori che a volte escono dal personaggio per discutere con altri attori e poi rientrare con disinvoltura nel personaggio quasi a ricordare al pubblico basito che il teatro è finzione e realtà e l’attore è maschera e volto.

Le scene sono di grande semplicità. Un alto traliccio e una selva di funi che calano dall’alto e riempiono la scena, rappresentano i due mondi contrapposti e sovrapposti, Atene e il bosco.

Tutti gli attori (Chiara Di Stefano, Pietro Mossa, Davide Pedrini, Andrea Sorrentino, Viviana Altieri, Elias Zoccoli, Francesca Agostini e i commedianti, attori per caso, diversamente abili, Daniele Squassina, Giovanni Rizzuti, Totò Onnis, Alessandro Buggiani, Gugliemo Guidi) meritano una menzione particolare e un applauso sincero per le loro capacità attorali, per la padronanza scenica, la gestualità e la bravura di gestire con tonalità acconce situazioni diverse, drammatiche e comiche.

Bravi gli interpreti, ma bravissimo Andrea Battistini, il vero dominus di questa complessa rappresentazione.

 

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