Il piacere dell’onestà

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Il piacere dell’onestà : un elegante spettacolo di qualità

(commedia in tre atti di Luigi Pirandello, composta nel 1917 e rappresentata la prima volta nello stesso anno al Teatro Carignano di Torino con protagonisti Ruggero Ruggeri e Vera Vergani)

Servizio di Giosetta Guerra

L’intelligenza e la poliedricità artistica di Leo Gullotta, allievo a suo tempo di Turi Ferro e Salvo Randone, permettono all’attore di spaziare nei generi più svariati di spettacolo sia di stampo comico che di stampo serio, dal cinema alla televisione al teatro al varietà, come i grandi attori di un tempo.

Ne Il piacere dell’onestà lo vediamo cimentarsi in un ruolo emblematico che interroga lo spettatore sul valore dell’onestà. Baldovino, uomo fallito e di dubbia moralità, diventa il simbolo dell’onestà stessa accettando di sposare per denaro una ragazza madre, Angela, amante del marchese Colli, uomo sposato. La rispettabilità della famiglia dabbene è così salvata, ma Baldovino intende rispettare fino in fondo il compito di uomo onesto che gli altri pensavano di affibbiargli solo in apparenza. “Per finta sposo una donna, per davvero sposo l’onestà”, afferma Baldovino. Così, indossando la maschera di uomo onesto, finisce per smascherare la disonestà di chi lo circonda, rendendo difficile la vita dei suoi “datori di lavoro” e interrompendo quella spirale di ipocrisie che li aveva imbrigliati.

Questa critica alla borghesia benpensante, ancora di grande attualità, è una denuncia di quello stile di vita per il quale l’apparire conta più dell’essere. E il regista Fabio Grossi, mettendo in palcoscenico una casetta di vetro, linda e trasparente, girevole e quindi visibile da tutte le angolazioni, in mezzo alla natura incontaminata, con pochi arredi ma in stile, potrebbe voler significare due cose: 1) le persone che vi abitano vogliono mostrare agli altri un’esistenza patinata e artificiale, 2) l’onestà rende trasparente l’animo degli uomini. Io opto per la seconda.

La regia sottolinea i caratteri: agitata, ipercinetica e logorroica la marchesa coi capelli bianchi, in preda al nervosismo il marchese, piagnucolosa e matteggiante Agata coi capelli rossi,  certe immobilità dei personaggi aumentano la tensione dell’attesa, equilibrato ed irremovibile Baldovino, che si lancia in un’elaborata disquisizione sul valore della purezza e dell’onestà, è un filosofeggiare che disorienta il marchese che non ci capisce niente.

A completare il clima di sospensione e d’inquietudine una musica straniante scelta da Germano Mazzocchetti e luci di forte impatto, ora dall’alto ora dall’interno di Valerio Tiberi; c’è anche un coro di bambini.

Le scene sono impreziosite da una fantasiosa danza delle stelle per raffigurare la notte e da una calda pioggia di foglie rosso mattone sul prato per figurar l’autunno.

I bravi attori Cloris Brosca, Martino Duane, Paolo Lorimer, Mirella Mazzeranghi, Antonio Fermi, Federico Mancini, Vincenzo Versari e il protagonista stesso vestono abiti di foggia classica rigorosamente in nero e bianco o in marrone. Scene e costumi di Luigi Perego.

La bravura di Leo Gullotta, che recita con dizione chiarissima, accento eloquente, a volte in modo compassato, a volte in modo sommesso e con le dovute pause, con un linguaggio talora asfissiante quando parla di un’onestà fittizia, con un ritmo concitato fino alle lacrime quando il personaggio filosofeggiante diviene personaggio drammatico, capta l’attenzione del pubblico che applaude calorosamente sulla musica di un carillon che in un’atmosfera tragica chiude lo spettacolo.

 

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