“Dopo la battaglia” di Pippo Delbono

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Come realizzare uno spettacolo leggero con tutto ciò che ogni giorno vediamo accadere nel mondo? E’ la risposta che Pippo Delbono dà a chi, madre compresa,  gli chiede spettacoli più gioiosi e meno duri. E anche l’ultimo lavoro dell’attore e regista ligure, Dopo la battaglia, si fa carico di tutta la disperazione e l’affanno del vivere, delle contraddizioni di quest’epoca di crisi, della rabbia accumulata di fronte alle ingiustizie. L’uomo è, oggi più che mai, un personaggio kafkiano, sopraffatto dall’impotenza, in perenne attesa per la risoluzione dei suoi problemi, schiacciato da un potere sadico e arrogante. E’ la realtà che  Pasolini, Artaud, Kafka, Rilke, Walt Whitman, Dante, Alda Merini e Alejandra Pizarnik, sensibili testimoni del loro tempo, hanno saputo descrivere con parole crude e taglienti come coltelli, e che Delbono ripropone in tutta la loro profeticità in una partitura teatrale senza soluzioni di continuità.
Sulla scena si intrecciano parole, immagini, canto, musica e danza per una visione d’insieme che turba e genera angoscia. Imprigionati tra pareti alte e grigie, con sbarre alle finestre e porte massicce, stanno gli attori, spaventati e alienati, in un’atmosfera funerea, perché tutto, o quasi, è morto: i diritti umani dei popoli migranti, la pietà, i valori cristiani ridotti in processioni iconoclastiche, la cultura, tagliata e svilita da una politica non accorta, che Delbono non esita a sbeffeggiare con una parodia ironica ma graffiante, che ha generato un’aspra polemica col sindaco di Marano, organizzatrice di un festival di poesia, secondo il regista, di basso profilo. Dopo la battaglia non cerca facili applausi, non è conciliante con spettatori abituati ad un teatro educato e convenzionale. Dopo la battaglia scuote le coscienze, travolge e disturba la platea, grida frasi disperate. L’umanità è incarcerata in una realtà nella quale non si riconosce, ride istericamente per sfuggire alla tragedia, danza sulle note di Verdi, Pagani, Herny Salvador, Elis Regina e Irene Jacob, per trovare interludi di felicità e l’equilibrio perduto. Ecco, però, che tra tutti coloro che stanno “affogando senza affondare”, Pippo Delbono ritrova piccole isole di speranza: la grazia e l’eleganza di Marie-Agnès Gillot, étoile dell’Opéra di Parigi, Bobò, sordomuto che ha vissuto per 45 anni in manicomio, con il suo animo fanciullesco, un ex barbone, spensierato danzatore, un ragazzo down, il violino malinconico di Balanescu, l’estro bauschiano di Marigia Maggipinto, la danza tribale di Grazia Spinella.
“Un giorno torneremo a essere”, recita commosso Delbono, e per farsi forza si appiglia alla memoria ricordando chi non c’è più, come Franco Quadri e Pina Bausch, amici e artisti che sono stati e saranno la sua forza. “Dopo la battaglia nasce forse da un bisogno di scappare, di ritornare, di urlare, di piangere, di ridere, di giocare ancora, di perdersi ancora, di ritrovare ancora un centro, di ritrovare ancora la rivolta, di ritrovare una fede, una lucidità, di ritornare a parlare dell’amore, a parlare con il corpo, a parlare con i suoni, a parlare con la danza. (Pippo Delbono, Dopo la battaglia scritti poetico-politici, Barbès Editore 2011).

Dopo la battaglia, uno spettacolo di Pippo Delbono con Dolly Albertin, Gianluca Ballaré, Bobò, Pippo Delbono, Lucia Della Ferrera, Ilaria Distante, Simone Goggiano, Mario Intruglio, Nelson Lariccia, Marigia Maggipinto, Julia Morawietz, Gianni Parenti, Pepe Robledo, Grazia Spinella, con la partecipazione di Alexander Balanescu e Marie-Agnès Gillot.

Daniela Olivieri

1 COMMENT

  1. mio marito ed io abbiamo visto lo spettacolo ieri sera. A testro abbiamo visto di tutto; tragedie, opere buffe, music hall, ma una “cosa” come ieri sera, mai. Siamo rimasti molto interdetti. La musica, copiata, aveva un’acustica pessima; Delbono recita malissimo. Legge brani con voce sempre straziata e male impostata. Non abbiamo capito niente. Se ci fosse stato l’intervallo, ci saremmo alzati per andarcene. Se si vogliono trasmettere dei messaggi, bisogna che essi siano chiari. Poi la battuta che a Milano ridevano, faceva proprio pena. Luciana Scassellati

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