“Scene da un matrimonio” di Ingmar Bergman

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“Scene da un matrimonio” famoso film di Ingmar Bergman è stato adattato per le scene dal regista Alessandro D’Alatri che, pur nella fedeltà filologica, ha rivisitato il testo in chiave “ mediterranea”. Il racconto, diviso in dieci capitoli, analizza il rapporto di coppia tra Marianne e Johan su un arco di 10 anni. Nell’ultimo capitolo, ormai divorziati e risposati, Ingmar Bergman li fa ritrovare in un albergo a ore, dove si conclude la cruda odissea di una coppia che approfittando di una momentanea bonaccia volge la rotta verso un’isola che non c’è. Tra sussurri e grida, fra tenerezza e violenza, fra paradiso e inferno l’atteggiamento della coppia conferma la validità del principio di impermanenza. All’inizio la perfezione algida (come algide sono le belle scene di Matteo Soltanto) di una vita borghese anticipa l’incapacità di coltivare sentimenti veri. La quotidiana schermaglia verbale è vissuta dapprima con ironia e umorismo per poi esplodere d’emblèe, senza una logica progressione narrativa. La maschera dell’ipocrisia cade, esonda il fiume carsico dei sentimenti repressi, frustrazioni, infingimenti, inganni, nevrosi che sfociano in un vero e proprio cupio dissolvi interiore (anche se la scena finale potrebbe suggerire una problematica ricomposizione). E’ l’amaro calice dell’incomprensione e della solitudine di una società dorata dove si parla troppo, ma non si comunica. Opera paradigmatica (e autobiografica) questa di Bergman. La conflittualità di coppia è moltiplicata dai sospetti di tradimenti veri o presunti, dalla messa in sonno della passione, dal reciproco desiderio di sentirsi desiderati senza desiderare, dalla volontà di non accettare la verità come dice Thomas Bernhard: “La cosiddetta convivenza ideale è una menzogna e poiché la cosiddetta convivenza ideale non esiste, nessuno ha il diritto di pretenderla; contrarre un matrimonio vuol dire passare dall’antinferno della solitudine all’inferno della vita in comune”. Nella vita non c’è nulla di permanente, tutto scorre, l’unica certezza è la legge del cambiamento. Cambiano i sentimenti, gli amori, le passioni, le speranze. E’ solo l’ipocrisia, l’imprinting culturale che condiziona i nostri comportamenti. La scrittura è sottile e penetrante, i dialoghi rapidi e asciutti. L’intera gamma dei sentimenti umani viene destrutturata giocando sul bivalente rapporto vittima carnefice.

Federica Di Martino e Daniele Pecci hanno privilegiato esternare i propri sentimenti (con adeguata fisicità) piuttosto che esprimere il dramma interiore in modo sofferto. Detto questo dobbiamo riconoscere la bravura dei due attori che si dovevano confrontare con attori del calibro di Erland Josephson e Liv Ulmann. Belle, semplici e funzionali le scene curate da Matteo Soltanto. Splendi gli intermezzi musicali di Franco Mussida.

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