“Eleonora – Ultima notte a Pittsburgh” di Ghigo de Chiara

0
195
Condividi TeatriOnline sui Social Network

Compagnia Italiana/Teatro Franco Parenti

ELEONORA

Ultima notte a Pittsburgh

di Ghigo de Chiara

 

regia Maurizio Scaparro

scene Barbara Petrecca

luci Gino Potini

costumi a cura di Sartoria Farani

musiche a cura di Simonpietro Cussino

 

Teatro della Pergola

 

 

L’ampio tendaggio trasparente poggiato su Eleonora Duse come un aereo sudario scivola lento verso l’alto, portato dalla musica e da una luce appena dorata, rivelando la camera d’albergo dai colori tenui, occupata da un letto, uno scrittoio, una poltrona e alcuni bauli verticali che recano le tracce di innumerevoli viaggi. E’ l’ultima tournée della grande interprete, e sono i suoi ultimi giorni. La stanza è assediata da ciminiere invisibili che prendono sostanza nelle parole di Eleonora, tormentata dalla febbre, concitata, divisa fra il peso esistenziale di una vita densa e non sempre felice e la tensione inesausta verso il teatro. La memoria deflagra in frammenti iridescenti o di un’opacità cupa che si inseguono, si sovrappongono, si contendono lo spazio entro il flusso di coscienza dell’attrice.

Nel soliloquio della Duse il sole immobile di Napoli scalda la pelle e fioriscono le ortensie di Asolo, Gabriele D’Annunzio scende pensoso da una gondola agli Schiavoni; tornano in superficie le accensioni di curiosità e speranza (come quella, poi delusa, suscitata dal cinema), la povertà dei genitori, la morte della madre, i riverberi dei personaggi interpretati, dalla Giulietta shakespeariana a Nora di “Casa di bambola”, o non interpretati (come Mila di Codra), il rapporto con Sarah Bernhardt, cui una volta manda delle rose rosse “ma non legate a mazzo, sparse sul pavimento…ne gioirà”, il rapporto con la malattia, gli odiati medici, la neve di Pietroburgo, la miseria conseguente alla Grande Guerra che la costringe a tornare alla recitazione.

Dentro il caos turbato dei ricordi, si alza la fiamma incorporea che fin dall’infanzia avvolge l’essenza di Eleonora, l’immensa fatica e insieme felice curiosità, la predestinazione o ineludibilità del processo introiettivo con il quale accoglie in sé la poetica teatrale. Riprendono tutta la loro evidenza e il loro senso i corridoi bui, le scale strette, le prove nei teatri deserti, l’analisi e la sperimentazione, i silenzi che assumono pari dignità rispetto alle parole, il dolore rappresentato attraverso un brivido che corre lungo il corpo, la voce che “sembra galleggiare verso il pubblico”.

Anna Maria Guarnieri agisce su questo infinito mescolarsi di memorie vissute nella carne facendone un asciutto, consapevole spartito. Ogni sofferenza rielaborata, felicità artistica, fragilità fisica, risuona nella mimesi controllatissima della Guarnieri, si manifesta nei gesti di esasperazione, di stanchezza, di amarezza di un’artista vicina a morte e, a tratti, mostra di Eleonora la vulnerabilità struggente, la natura profonda di bambina invecchiata e addolorata.

LEAVE A REPLY