L’uomo dal fiore in bocca e Sgombero

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di: Luigi Pirandello e frammenti da TOTO’ E VICE’ di Franco Scaldati

Il lavoro drammaturgico che da anni Enzo Vetrano e Stefano Randisi elaborano su Luigi Pirandello li porta a rappresentare due atti unici (il famoso “L’uomo dal fiore in bocca” e lo sconosciuto “Sgombero”) con i dialoghi surreali di Totò e Vicè usciti dalla penna dell’autore palermitano Franco Scaldati. In realtà non c’è contaminazione di generi, ma un riuscito rassemblement tematico. Tema dominante infatti è l’attesa, da un lato (Totò e Vicé) surreale e umoristica, dall’altro (Sgombero) drammatica, della morte. Totò e Vicé sono due personaggi poetici che, con i loro voli fantastici, i loro silenzi, le frasi smozzicate, la loro bambinesca ingenuità, sembrano usciti, per certi versi, dal teatro dell’assurdo. Completamente diverso il taglio e lo sviluppo drammaturgico dell’atto unico “Sgombero” (che Pirandello ha lasciato allo stato di abbozzo) dove una giovane dà libero sfogo ai propri risentimenti per le frustrazioni, le umiliazioni, le sopraffazioni patite, i rancori repressi, le umiliazioni nei confronti del padre defunto responsabile di averla spinta a scegliersi, quella della donna di strada.
Infine “L’uomo dal fiore in bocca”, dramma secco e angoscioso, dolente storia di un uomo che, in una stazione ferroviaria notturna e deserta, racconta ad uno sconosciuto che interviene di rado con battute ovvie e banali, la sua condizione di fuggitivo. Fugge dalla morte che lo insegue e dalla moglie le cui amorevoli attenzioni lo opprimono ed è proprio la vicinanza della morte che ha reso più lucida in lui la capacità d’indagare il mistero della vita. Nel dialogo con lo sconosciuto l’uomo – a conferma del paradosso che i beni si apprezzano solo nel momento in cui vengono a mancare – inizia con una serie di riflessioni sull’esistenza, sulla importanza della quotidianità, delle piccole cose che, in condizioni normali, sono giudicate insignificanti. Immagini normali, le vetrine dei negozi, la gente per strada, diventano il simbolo stesso della vita che scorre; monotona banale, ma viva. Ciò lo rende amaramente ironico e nel contempo consapevole che, oltre questa vanità di forme, c’è soltanto il nulla. Ma il tenace attaccamento alla vita dell’uomo non ha nulla di patetico anzi egli si affida all’ironia quando chiama “fiore” l’epitelioma che lo condanna a morte.

Tutto il dramma è dominato da un forte senso di incomunicabilità e solitudine.

Su questo scenario di pietà e dolore scende, infine, lentamente il crepuscolo, rappresentato idealmente dalle ultime parole dell’uomo:

“E mi faccia un piacere, domattina, quando arriverà. Mi figuro che il paesello disterà un poco dalla stazione. All’alba, lei può fare la strada a piedi. Il primo cespuglietto d’erba su la proda. Ne conti i fili per me. Quanti fili saranno, tanti giorni ancora io vivrò […]. Ma lo scelga bello grosso, mi raccomando […]. Buona notte, caro signore. ”

A lungo applauditi i due attori e registi, Enzo Vetrano e Stefano Randisi e la brava Margherita Smedile.

Funzionali le Scene di Marc’Antonio Brandolini , i costumi di Mela Dell’Erba e il disegno delle luci di Maurizio Viani

 

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