Il berretto a sonagli di Luigi Pirandello

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regia di Mauro Bolognini ripresa da Sebastiano Lo Monaco
scene Melena Calvarese
costumi Cristina Darold
luci Giuseppe Di Stefano
musiche Giovanni Zappalorto
produzione SiciliaTeatro

con Sebastiano Lo Monaco, Marina Biondi, Franca Maresa, Cecilia Piscitello, Claudio Mazzenga, Rosano Petix, Elena Aimone, Isa Bellini

Teatro della Pergola

UN “BERRETTO A SONAGLI” ILLUSTRATO DA CAROLINA INVERNIZIO

E’ un’idea curiosa riprendere la lontana regia naturalistico-farsesca di Mauro Bolognini. Sia gli elementi scenografici di indubbia suggestione, come la facciata di pietra grigia della villa di campagna – morsa dal sole e dal trascorrere del tempo –, con le due grandi finestre rettangolari protette da tende avorio, o il cielo di garza convessa che muta colore seguendo le fasi del giorno – dal bianco incandescente del meriggio al tenue celeste della sera –, sia quelli leggerissimamente risibili, come il macilento, solingo cipressetto e i tre alberelli stenti ornati di pochi esemplari di esperidio, le cui ghiandole oleifere e sostanze succose non sembrano in grado di risvegliare il desiderio dell’epitelio olfattivo (tali escrescenze vegetali fanno piuttosto venire in mente ipertrofici rami d’agrifoglio composti da molecole polimeriche di produzione asiatica), spostano la feroce, venefica partita fra lo scrivano Ciampa e la Signora Beatrice dal salotto (una delle prime stanze della tortura allestite da Pirandello) a un’ambientazione en plein air che rappresenta un ben “estranio lido” per i meccanismi serrati e già perfetti di questo jeu de massacre in un interno borghese.
Malauguratamente, la tentazione di procedere su sentieri rusticani, alternando grottesco e melodramma, o di sottolineare troppo l’aneddotica boccaccesca da cui Pirandello nel 1917 si stava distaccando, si estende anche agli interpreti. Cosicché non affiora come dovrebbe la natura ossessiva, compulsiva del duello verbale al centro del dramma. Il polimorfismo dell’identità imprigionato in una forma immutabile (la maschera, il “pupo”) dalla ragione e dalle convenienze sociali, l’impossibilità di rendere visibili i cambiamenti, le contraddizioni, le disgregazioni e ricomposizioni dei vari frammenti dell’Io se non per mezzo di una reale o artata follia, vengono rappresentati nel “Berretto a sonagli” dal ritmo perfetto dei dialoghi fra Ciampa e Beatrice. Le frustrazioni, le insinuazioni, la rivendicazione dei diritti che si attribuiscono al proprio ruolo, si alternano con spietatezza dialettica, senza che il discorso abbia una vera evoluzione. Tutto torna sempre al punto di partenza. Le frasi taglienti, le apprensioni, le suppliche, i tentativi vani di scardinare le difese dell’altro, di manifestarsi (“esporsi”) alludendo, di sopraffare e affermarsi (sempre alludendo), creano una partitura di estrema drammaticità, dall’esito incerto e continuamente rimandato, che soffre la profusione, o sovraccarico, di gestualità eclatante, addolorato farfugliare ed esclamazioni sdegnate di questo allestimento.
Cade in tali malvezzi archeoteatrali (duole dirlo) soprattutto Sebastiano Lo Monaco. Si pensava di vedere le mani portate al cuore o al viso e i singulti disperati ormai solo nelle illustrazioni d’antan dei romanzi di Carolina Invernizio o, in forma parodica, negli spettacoli di Paolo Poli.
Appaiono invece abbastanza controllati ed efficaci i fremiti rancorosi di Marina Biondi, e preziosa risulta la presenza in scena di Franca Maresa, tenera e ferrea serva anziana di casa Fiorica.

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