Il Catalogo di Jean Claude Carrière

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traduzione e regia Valerio Rinasco
scene e luci Massimo Bellando Randone
costumi Sandra Cardini
musiche Arturo Annecchino
produzione Angelo Tumminelli e Star Dust International Produzioni

con Ennio Fantastichini, Isabella Ferrari

Jean-Jacques, consulente legale affermato e mondano, muove i meccanismi del proprio agire entro gli spazi chiusi e rassicuranti del metodo. Passa ordinatamente dal piccolo appartamento, spoglio e funzionale (zona notte con letto, cucina asettica, bagno con pareti verde spento), all’ufficio alle serate trascorse con amici e colleghi, e con donne sempre diverse che non lasciano traccia nella memoria e nelle emozioni. Questa completa assenza di ricordi lo costringe ad annotare in un catalogo (l’aide-mémoire del titolo originale) nomi e caratteristiche delle ormai 134 conquiste. Nel compiacimento con cui l’avvocato ripete tale considerevole numero di successi amorosi si aprono, tuttavia, quasi impercettibili crepe di stanchezza, di vuoto, di fondamentale solitudine. La sensazione molesta che la parte migliore della vita sia scivolata via inutilmente, senza niente da ricordare se non l’imbarazzo trepido dell’adolescenza, la percezione della donna come mistero, come estraneità e promessa. Mistero troppo presto distrutto da facili abitudini della mente, dalla ripetizione di costruzioni verbali seduttive di maniera. Sempre le stesse parole, sempre la stessa indifferenza di fondo verso la partner del momento. Nomi, volti, voci, corpi che si sovrappongono e si confondono, per l’incapacità di Jean-Jacques di tracciare la mappa emotiva di ciascun amore.
A rompere il clima di algida efficienza (lavorativa, amatoria) arriva una sorta di profuga slava stanca, spettinata, coloratissima (turchese, marrone, arancio), che varca la soglia dell’appartamento di Jean-Jacques alla ricerca dell’irreperibile – forse inesistente – Mr. Ferrand (a quanto pare, un poco premuroso amante in fuga), portandosi appresso un’altrettanto variopinta valigia traboccante di abiti e riviste femminili (la naturalezza umoristica di Isabella Ferrari è persino sorprendente, peccato che la scelta di adottare una cadenza straniera, troppo uniforme per non risultare qua e là monotona, limiti le sue possibilità).
L’apparente sventatezza priva di cerimonie e preamboli sottende un’ostinata, felina volontà di trovare riposo e riparo. Un letto, soprattutto, indispensabile lenimento all’indolenza ontologica (ma piuttosto verbosa) di Susanne, e un armadio dove appendere finalmente i numerosi abitini fucsia, rossi, verdi, ecc. (confinando in un ripiano, malamente sistemati, i vestiti dell’ospite). Le affermazioni surreali della ragazza (ha paura degli alberghi, delle strade, di tutto) costituiscono una resistenza passiva, duttile ma inattaccabile, che a poco a poco riesce ad aver ragione della stupefatta diffidenza e dell’esasperazione dell’uomo.
Susanne confonde rapidamente le linee prestabilite dei percorsi quotidiani di Jean-Jacques, fino a metterne in evidenza la vacuità, mostrando tuttavia insofferenza verso i cambiamenti, persino eccessivi, del non più tanto solerte avvocato (un Ennio Fantastichini non dimenticabile, attento a sottrarre enfasi, capace di destare apprensione nei momenti di follia amorosa e gelosia).
Carrière fa vivere l’uomo e la ragazza in due mondi paralleli appena onirici che comunicano, senza entrare davvero in contatto, attraverso un’alternanza di blandizie sottotraccia e placide repulse, candide menzogne e fughe di breve durata, propositi di sequestro e aggressioni fisiche.
L’atmosfera, dapprima lieve (quasi una sonata minimalista à la Rohmer), rasenta nella seconda parte – anche grazie all’eleganza insinuante della regia – gli inquieti giochi di specchi contrapposti della “Histoire de Marie et Julien” di Rivette.

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