Nel nome del Padre

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Un monologo acuto e struggente che vede l’attrice-autrice incarnare tre generazioni di donne, vittime di una violenza efferata e crudele che si consuma fra le mura domestiche; una violenza taciuta, intorno a cui si costruiscono menzogne e tormenti. Le tre voci si alternano in un corpo che si trasforma e si muove in un gioco di figurazioni, ricordi e realtà, fra le note sincopate di una ricercata mistura di dialetti meridionali. Un monologo intenso che immerge lo spettatore in un’esperienza sensoriale ed emotiva, in un’epoca e in una terra del Sud, legata alle tradizioni, al giudizio e alla voglia di cambiare.

Sinossi

È il 1954. Carmela, dopo la morte prematura del padre, si trova costretta a crescere da sola con mamma Rosina, in un paesino del sud Italia. Scampata al pericolo di essere rinchiusa in convento, come suggerivano alcune vecchie comari, la piccola Carmela trascorre la sua adolescenza fra le paure di una madre frustrata e severa, vittima di attenzioni indiscrete e chiacchiere di paese. Rosina, rimasta vedova, inizia a lavorare in una masseria come lavandaia e questo permette a lei e a sua figlia di vivere una vita dignitosa. Intanto gli anni passano veloci. È il 1974. Carmela ha ventisette anni, è già una donna, una giovane donna. Zitella, dicono tutti. Sono gli anni settanta, gli anni della presa di coscienza della condizione della donna, gli anni dei movimenti femministi, gli anni della legge sul divorzio, ma per molte donne la vera emancipazione appare ancora “molto lontana”. Invece è vicina per Carmela un’inaspettata occasione di matrimonio. E’ il giorno della festa di San Rocco, festa patronale del paese, Carmela viene sedotta da un giovane forestiero, che abusa di lei privandola per sempre della sua libertà. Gli anni settanta erano anche anni di grande arretratezza sessuale e soprattutto nelle piccole realtà di provincia, le alternative al nubilato, per una ventisettenne sedotta e abbandonata, erano davvero molto poche. Per cui, la paura delle chiacchiere diventa per Carmela ancora più forte della violenza subita: il pensiero di denunciare quell’uomo, che a detta di tutti era un bravo ragazzo, si trasforma nell’accordo forzato di arrivare a sposarlo. Il matrimonio di Carmela si rivela da subito un fallimento, aumentano i graffi, i lividi e gli occhi neri; e l’arrivo della piccola Lucia, non migliora le cose. Passano tre anni e la bambina inizia a capire la differenza fra buono e cattivo, ma l’orgoglio di Carmela di apparire, agli occhi di mamma Rosina, come una donna felice, la porta a resistere ai soprusi e alla violenza; fino a quando, gli occhi innocenti della piccola Lucia, la spingeranno a decidere di scappare, ma non riuscirà mai a farlo. Lucia ritroverà sua madre in una pozza di sangue, senza vita, vittima dell’assurda follia di un padre, che forse non rivedrà mai più.

Note di regia

Quandosentiamo la parola “violenza”, il pensiero va subito agli schiaffi, ai pugni, ai calci, insomma, all’aspetto puramente fisico. Purtroppo non sempre, anzi, quasi mai, violenza è “solo” questo. Soprattutto se accanto a questa parola ce n’è un’altra: “domestica”.. Spesso taciuta, la violenza domestica, è in grado di cambiare irreversibilmente la vita delle persone coinvolte, anche indirettamente. E’ quello che succede a Lucia, figlia di una madre che ha pagato a caro prezzo un matrimonio forzato (conseguenza delle “chiacchiere della gente”!), di una madre severa e possessiva, di un padre scomparso troppo presto, di un momento in cui non è riuscita a dire un “semplice” no. Lucia non ha mai voluto parlare di suo padre. Ha cancellato il ricordo di una domenica tranquilla che suo padre ha trasformato in un tormento. Ha costruito una nuova vita, fingendo di non aver mai avuto un padre e una madre morta, ammazzata da quello stesso padre.  Ma certe cose non si dimenticano. E’, in un giorno qualunque, i ricordi cominciano a riaffiorare, con veemenza, facendosi largo in un animo distrutto, spoglio, scevro da qualsiasi sentimento. Ed ecco, allora, che comincia un cammino all’inferno, faccia a faccia con i peggiori incubi che Lucia ha sempre cercato di reprimere, di spingere in fondo alle caverne più scure della sua psiche: un viaggio in cui Lucia rincontrerà e rivivrà i personaggi e le emozioni che hanno segnato indelebilmente e irreversibilmente la sua vita. Una prova da superare per arrivare, non alla redenzione, ma a una nuova consapevolezza, alla possibilità di vivere la vita sopportando finalmente il peso dei suoi ricordi.

Il palcoscenico è vuoto, al centro Lucia, inchiodata su di uno sgabello, per tutto il tempo immobile, impotente, persa nel labirinto oscuro della sua mente, alla ricerca di un’espiazione di errori mai commessi.

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