A che servono questi quattrini? di Armando Curcio

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A CHE SERVONO QUESTI QUATTRINI?

di Armando Curcio

riduzione di Peppino De Filippo

 

regia e musiche di Luigi De Filippo

scene di Luigi Ferrigno

produzione I due della città del sole

 

con Luigi De Filippo, Paolo Pietrantonio, Stefania Ventura, Fabiana Russo, Riccardo Feola, Gennaro Di Biase, Vincenzo De Luca, Michele Sibilio, Stefania Aluzzi, Roberta Misticone, Marisa Carluccio

 

L’INVENZIONE DEL DENARO

Variando duttilmente velocità, un meccanismo di trucchi, millanterie, cupidigia, opportunismi, imprime alla commedia un movimento ora forsennato, reiterante, da macchina celibe, ora colloquiale e quasi trasognato, trasportandosi dalla stamberga dove si affannano Vincenzino Esposito e sua zia Carmela – gravati dalle incessanti minacce dei creditori e sollecitati all’isteria e al deliquio da crampi dolorosi all’epigastrio conseguenti alla prolungata mancanza di qualsivoglia sostanza (solida o liquida) contenente glucidi, lipidi o protidi –, al lindo salotto di Don Ferdinando De Rosa, proprietario dell’omonimo pastificio e incontenibile dilapidatore del patrimonio familiare.

Ai pannelli di un giallino assai cagionevole – decorati con silhouettes di anfore attiche che si propagano entro le sottili cornici lignee grazie a riccioli e arabeschi floreali di un finto rococò piccolo-borghese rappresentativo (almeno negli intenti della famiglia De Rosa) dello scorrere delicato, ordinato, rispettabile, di una vita priva di ambasce –, si contrappongono gli intonaci gonfi di umidità e verdognoli di ascomiceti, la penombra, la credenza grigia di rancidume, i pochi mobili deformi, i teli strappati, grinzosi, pieni di macchie, utilizzati per coprire le zone in cui il degrado ha messo a nudo lo scheletro dei muri (come per rivestire, sia pure di panni sporchi e laceri, la vergogna di quelle povere pareti rose dalla fatiscenza).

In questa grande stanza diruta, il marchese Eduardo Parascandolo (cui i molti “discepoli” devoti e gli abitanti del rione si rivolgono col deferente appellativo “’O Professore”) tenta di educare il “curioso” (ossia intellettualmente poco dotato, nonostante i facili entusiasmi) Vincenzino ad alcuni principi essenziali. Secondo il colto gentiluomo denaro e lavoro sono del tutto inutili, anzi vere e proprie malattie, e addirittura affliggono l’umanità con il loro peso, con i condizionamenti che tolgono respiro al pensiero degli individui, che chiudono ogni orizzonte, ogni possibilità contemplativa, che inducono ad appiattirsi su obiettivi opachi e immediati precludendo la via della serendipity.

L’uomo dovrebbe dedicarsi interamente all’otium benefico dei latini, poiché solo in esso può svilupparsi quella libera attività della mente capace di introdurre (a differenza della ricerca accanita e sistematica, che si risolve in conferma di una realtà già esistente) l’elemento della casualità, dell’intuizione, nella ricerca intellettuale, così da arrivare all’inaspettata scoperta del “mondo che sta dietro a quello vero” (Hofmannsthal).

Gli insegnamenti del Professore esaltano Vincenzino (Paolo Pietrantonio ormai evoca, senza farli rimpiangere, i fantasmi di Pietro De Vico e Aldo Giuffrè), che abbandona il lavoro di ebanista (facendo precipitare l’economia familiare), si invaghisce della bella e assai restia Rachelina De Rosa – appassionata coltivatrice di “boganville” sul terrazzino –, e va in giro a ripetere i male assimilati concetti del marchese Parascandolo, dando vita ad allocuzioni ex abrupto che si configurano come spericolate ed esilaranti anamorfosi lessicali (alcune delle quali, ad es. “Idrogeno e Platone Bla-Bla cercavano l’Uomo”, degne dei testi di Enzo Moscato), accolte con disperazione furente dall’anziana zia Carmela (toccante prova di Stefania Ventura, fra esagitazione e impotenza). La donna, esacerbata, sgualcita dalle privazioni, non ha che uno scialle troppo piccolo a difenderla dal gelo brutale dell’esistenza, e oppone una giustificata ira, nata dall’esperienza della fame e dei debiti, alle risoluzioni del nipote Vincenzino. Certo, “a cosa serve una ciotola, quando si possiede il cavo della mano?”; però a cosa serve il cavo della mano, se non c’è niente intorno, né acqua né cibo, con cui colmarlo?

Allora il marchese si fa illusionista, per dimostrare che l’invenzione del denaro non è che un trucco sistematico e crudele con cui gli uomini vengono asserviti e resi ciechi. Di più, un trucco ridicolo e risibile, che ognuno, con un po’ d’ingegno, può riprodurre. Poiché l’importante è apparire ricchi (per ottenere credito reverente) e non esserlo davvero, il Professore escogita la messa in scena di una finta eredità – ricevuta dal solito lontano parente defunto nelle Americhe –, per convincere tutti dell’improvvisa, incommensurabile ricchezza dell’ignaro Vincenzino. Così lo sbalordito giovane viene fatto oggetto di blandizie alternate a invidia e maldicenza da parte dei vicini e conoscenti, e di lusinghe da parte dei negozianti, nonché di Don Ferdinando De Rosa e della di lui madre, ansiosi di concedergli la mano della recalcitrante Rachelina e, nello stesso tempo, sollecitare garbatamente al futuro genero e cognato un prestito di dieci milioni per evitare il fallimento del non tanto prospero pastificio.

Il marchese dipanerà questo groviglio convincendo un elegante usuraio a concedere il prestito a Don Ferdinando. Al dissipatore verrà applicato un basso tasso di interesse, visto che il presunto (e terrorizzato) milionario Vincenzino garantirà con firma di avallo ogni cambiale emessa. La condizione posta da Parascandolo è che sia affidata al giovane “discepolo” la direzione esclusiva dell’impresa De Rosa.

Non si avverte mai trionfo, o arroganza nei toni usati dal Professore. Non si ascoltano affermazioni apodittiche. C’è semmai una malinconia leggera, una sommessa consapevolezza – solidale, partecipe – della natura umana. Uno sguardo esterno sul mondo, formatosi attraverso perdite e sofferenze. Una disincantata “giusta distanza” dalle cose, che tuttavia non esclude (anzi, dischiude) prospettive ariose, soleggiate. Tutte sfumature che prendono sostanza e si percepiscono grazie al lavoro minuzioso di riduzione all’essenziale (di ogni gesto, sorriso, sguardo assorto o bonario, acuminato, appena stanco) attuato dal Maestro Luigi De Filippo.

In ciascuno di questi elementi essenziali scorre sottotraccia e si percepisce la vita intera. Le sue pulsazioni, le sue avventure interiori, i vuoti, l’odore delle pietre ribollenti di luce. La memoria sempre ritornante. E si vorrebbe, magari solo per lo spazio di una stagione, vedere Luigi De Filippo avventurarsi nei territori della modernità (come fece il padre Peppino nel 1976, regalandoci un indimenticato “Guardiano” di Pinter, e rivelando una consapevolezza artistica superiore a quella di Eduardo), e donare le sue mille sfaccettature ai borbottii mnemonici, continuamente interrotti e ripresi, dei personaggi beckettiani (che immenso Krapp sarebbe).

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