Kavakos ed Eschenbach a Santa Cecilia, Roma

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Se Vienna è il sottile, appassionante fil rouge che unisce il nuovo appuntamento della stagione sinfonica a Santa Cecilia, sono stati evidentemente due, in particolare, i motivi che hanno spinto il pubblico a non lasciarsi sfuggire il concerto. Ovviamente, la presenza del virtuoso del violino, Leonidas Kavakos che torna a Santa Cecilia (dopo aver chiuso la scorsa stagione con la monumentale Quinta di Beethoven nella duplice veste d’interprete e direttore) e che è sempre un grande piacere poter riascoltare. E poi il programma, che ha riservato la prima esecuzione in assoluto per l’Accademia, del Concerto per violino di Erich Wolfgang Konrgold, autore viennese e compositore alla corte di Hollywood dove dovette rifugiarsi negli Anni Trenta in seguito alla rapida e violenta ascesa del nazismo. Composto nel 1945 (primo solista d’eccezione fu Jasha Heifetz) il Concerto per violino di Korngold resta il cuore della serata e si rivela partitura ideale (e molto amata se non prediletta) per il sensibile virtuoso Kavakos. Il violino è il protagonista assoluto (soprattutto nel primo movimento) che catalizza con facilità tutta l’attenzione con Kavakos che ricrea un suono limpido e nobile di grande eleganza e purezza. La romanza centrale così romantica e onirica viene addirittura eseguita due volte (salta una corda al prezioso Stradivari Abergavenny del 1724 del violonista) precedendo il frenetico rondò in cui violino e orchestra dialogano con maggiore confidenza. Il bis di Kavakos (Ysaye) è un perla di raffinato virtuosismo. Sul podio Christoph Eschenbach ha aperto la serata con un grande classico amato dal pubblico, il valzer Sul bel Danubio blu di Strauss, anche celeberrima colonna sonora delle danze intergalattiche di 2001: Odissea nello spazio di Kubrick, qui riproposto con particolare attenzione ai fiati. Seconda parte del concerto dedicata al Quartetto in sol minore di Brahms (viennese d’adozione) nella trascrizione per orchestra di Schoenberg (viennese di nascita) realizzata nel 1937 che Eschenbach dirige con trascinante impetuosità, soprattutto nella marcia possente e vigorosa e nella varietà di temi affastellati che si risolvono nel potente finale in crescendo.

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