La commedia di Orlando

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Foto di Fabio Lovino

liberamente tratto da “Orlando” di Virginia Woolf

regia e drammaturgia di Emanuela Giordano

scene e costumi di Giovanni Licheri e Alida Cappellini

musiche originali della Bubbez Orchestra

produzione Compagnia Enfi Teatro

con Isabella Ragonese, Sara Biacchi, Guglielmo Favilla, Andrea Gambuzza, Claudia Gusmano, Fabrizio Odetto, Laura Rovetti

Teatro della Pergola

I VIAGGI NEL TEMPO DI LADY SACKVILLE-WEST

Per gli intellettuali appartenenti al Bloomsbury Group (E. M. Forster, Virginia Woolf, Lytton Strachey, Vanessa Bell, Dora Carrington, ecc.) l’arte epistolare rappresentava una sofisticata pratica quotidiana entro la quale convergevano e si ramificavano elementi diversi, quali la trasfigurazione letteraria, la conversazione (sulfurea e/o affettuosa), la divagazione mondana (ad es. riguardante Lady Ottoline Morrell, la cui tenuta era diventata uno dei principali punti di riferimento per i membri del gruppo), le sfumate, proteiformi relazioni – transitorie o durature, più o meno appassionate, anche omosessuali – che si creavano normalmente all’interno di questa élite scettica e pressoché impenetrabile.

Proprio la stretta connessione fra consuetudine epistolare, biografia e letteratura indusse Nigel Nicolson, uno dei figli di Vita Sackville-West, a difinire “Orlando” “la più lunga lettera d’amore mai scritta” (“Ritratto di un matrimonio”, 1973). Prima di conoscere Virginia Woolf, la spregiudicata e aristocratica scrittrice Vita Sackville-West – oltre a coltivare nel parco del castello di Sissinghurst, nel Kent, il glasto dai fiori gialli e la radice dell’iris, nonché siepi di tasso e prati di timo – era entrata con impeto “virginale, selvaggio, patrizio” nella vita di tre donne: Rosamund Grosvenor, Violet Keppel e Violet Trefusis – la Sasha di “Orlando” – (autrice del perfido “Broderie Anglaise”, dove la storia d’amore fra Vita e Virginia volge in crudele parodia). Violet sa scuotere i sensi di Vita più di ogni altra; riempie di tuberose la sua stanza, indossando “un vestito di velluto rosso, del colore di una rosa scarlatta, che faceva di lei, misto al bianco del volto e al fulvo dei capelli, l’essere più seducente”.

Di Virginia la Sackville-West s’invaghisce all’istante. Si scrivono lettere fiammeggianti; per Vita la Woolf è “somigliante a una volpe, a un olivo”, per l’autrice di “To the lighthouse” Vita “brilla nella bottega del droghiere di Sevenak radiosa come la fiamma di una candela […] un grappolo d’uva, una perla sospesa”.

Per catturare il mistero dell’ambiguità dell’amica, per eternarne l’androginia, la Woolf si concedette una vacanza dalla consueta, sofferta enucleazione del momento epifanico, e compose lo strepitoso, divertito, disinvolto pastiche “Orlando”.

In questa biografia romanzata Orlando attraversa magicamente i secoli – dall’epoca elisabettiana al 1928, anno di pubblicazione del libro – in un’alternanza di avventure e lunghe letargie cagionate dalle ferite dell’anima, assimilabili per certi versi al sonno di Rosaspina e ai sogni di Oblomov.

Il ragazzo che inizialmente aspirava soltanto a decapitare i Mori diventerà un giovane gentiluomo incline al più acceso romanticismo. Durante il gran gelo di Londra, mentre le navi restano imprigionate nel porto e gli uccelli si cristallizzano in volo cadendo morti al suolo, l’intera corte di Elisabetta I scende sul Tamigi ghiacciato a pattinare e danzare. Nell’irreale, lucente candore del paesaggio Orlando incontra Sasha, figlia dell’ambasciatore di Russia, dagli occhi che “sembrano pescati nel fondo del mare” (richiamo palese alla “Tempesta” di Shakespeare), cadendo preda di una vera follia amorosa.

Sarà ben presto abbandonato dall’insidiosa fanciulla, e il doloroso tradimento avrà come conseguenza un lungo sopore. Al risveglio intraprenderà un viaggio in Asia, in veste di ambasciatore della Corona inglese, durante il quale precipiterà in un nuovo sonno. Dentro il bozzolo di questa perdita di coscienza avverrà la sua metamorfosi di genere.

Prima con sconcerto, poi con l’ironia e la curiosità di chi non disdegna l’osservazione di tutte le sfumature dell’iride, Lady Orlando imparerà ad analizzare il mondo attraverso i limiti e i condizionamenti imposti agli esseri umani di sesso femminile, e nel romanzo “La quercia” riuscirà infine ad addensare i luoghi, le persone, le esperienze, le illuminazioni di un’intera (lunghissima) esistenza.

Nella versione di Emanuela Giordano Orlando si muove – insieme al suo affaccendato nugolo di istitutrici, servi, cuoche, camerierine lievi come spiriti dell’aria – in un salone di spoglia eleganza, con tende laterali raccolte e somiglianti ad alte colonne. Brevissime rampe di scale permettono di raggiungere un praticabile, sormontato da un fondale/orizzonte che consente suggestivi movimenti in controluce ai domestici muniti di candelabri.

L’adattamento appare tuttavia inadeguato rispetto al virtuosismo inarrivabile del testo woolfiano. Sopravvivono qua e là lontani echi dello splendore originario: il racconto delle fantasticherie all’ombra della grande quercia, la descrizione della bellezza soprannaturale di Sasha, il lento decadimento del castello di Orlando, l’erba che cresce fino a oscurare la cucina della foresteria.

In particolare nella seconda parte, l’allestimento si avvita affannosamente intorno a forzature grottesche anche piuttosto grevi (o peggio ridicole, come lo specchio utilizzato per esaminare la mutata conformazione genitale di Orlando), per approdare all’opacità statica di un didascalismo mortalmente tedioso.

Isabella Ragonese che, pur priva di particolari risonanze, risulta abbastanza plausibile nell’esprimere con un intenso anelito del corpo il lirismo appassionato del giovane Orlando, segue nel secondo atto il destino dello spettacolo, scivolando progressivamente in una leziosaggine imbarazzante.

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