Stefano Accorsi in “Furioso Orlando” all’Ambra Jovinelli di Roma

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«Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese io canto». L’incipit ariostesco è mantenuto, come pure i versi clou del poema, quelli della pazzia di Orlando, del castello di Atlante, di Astolfo sulla luna. Marco Baliani, il regista da sempre affascinato dal teatro di narrazione, mette in scena Furioso Orlando, un Orlando Furioso fedele allo stile multiforme di Ludovico Ariosto, ironico, immaginifico, ricco di digressioni e di inventiva, ma “giravoltato” nei versi e nella struttura, innovato nella lingua, moderatamente aulica, e nell’inserimento di intelligenti tasselli letterari. Il fazzoletto dell’Otello di Shakespeare, la selva oscura dell’Inferno di Dante, la maga Circe omerica, l’enciclopedia con le illustrazioni di Doré, la tradizione dei Pupi Siciliani fanno brevi incursioni, sono divertissement, sottili connessioni che allargano la visuale del poema e ne mostrano gli epigoni reali o ideali. Dei 38.736 versi originali, Baliani estrae il fil rouge della passione amorosa che pervade, sconvolge, motiva e movimenta l’azione di paladini e cavalieri. Al centro di tutto sta Stefano Accorsi, che, abbandonata la recitazione concitata mostrata in tanti film cinematografici, si fa narratore posato e personaggio dinamico secondo l’uso cinquecentesco, che imponeva al poeta il compito di verseggiare, interpretando, le proprie rime al cospetto di chi gliele aveva commissionate. Accanto all’attore bolognese, la poliedrica Nina Savary e le sue chiose ironiche sulla sorte delle figure femminili nella letteratura, la sua voce suadente che modula gorgheggi contrappuntistici e antiche cantate, la sua grazia sui tasti del pianoforte o sulle corde della chitarra; ha funzione di rumorista (mediante oggetti che imitano il suono del mare, di spade…) e di coro, che osserva, commenta, tiene il filo narrativo al compagno, cui spetta evocare o impersonare Orlando, Rolando, Angelica, Medoro, Atlante, Astolfo e tutte gli altri. Notevole l’atmosfera creata dalle luci di Luca Barbati e l’impianto scenografico di Bruno Buonincontri, che incorniciano gli attori evocando dipinti rinascimentali.

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