Colazione da Tiffany con Francesca Inaudi e Lorenzo Lavia

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Citare i ripensare a Colazione da Tiffany significa richiamare alla memoria collettiva l’icona Audrey Hepburn, indimenticabile nel ruolo della sfuggente e irrequieta party girl newyorkese Holly Golightly.

Dunque se volete andare a teatro per rivivere in qualche modo le emozioni del film, resterete spiazzati. In scena al Teatro Eliseo di Roma (fino al 1 aprile) va in scena un’altra Colazione da Tiffany. L’adattamento teatrale di Pietro Maccarinelli non ha nulla a che vedere con il mitico film di Edwards, reso ancor più mitico dalla Hepburn impressa nella memoria collettiva mentre fa colazione davanti alle vetrine di Tiffany, inguainata in lungo abito nero, ingioiellata e con gli occhiali scuri dopo una folle nottata.

Non tutti sanno però che, tra l’altro, proprio il celebrato film di Edwards fu disconosciuto da Truman Capote, autore dell’omonimo romanzo originale, un piccolo gioiello della letteratura che fu adattato per il teatro da Samuel Adamson. Ebbene Maccarinelli muove proprio da questo testo originale, ambientandolo negli Anni Quaranta e illuminando con ombre chiaroscurali, drammaturgiche e umorali, la scena di Gianni Carluccio, strutturata fra i due appartamenti a scena aperta, e gli attori nei bei costumi di Alessandro Lai. L’atmosfera dello spettacolo resta sempre un po’ irreale e frizzante, stralunata e assolutamente folle, nel pieno spirito dell’East End newyorkese a riflettere la forza chiaroscurale dei bizzarri personaggi. Il ritmo dello spettacolo (piuttosto lungo) è alquanto sostenuto, anche se non in ogni momento. Anche i personaggi principali appaiono molto diversi rispetto al previsto. Lorenzo Lavia interpreta lo squattrinato scrittore William Parson, alter ego di Capote e io narrante (quasi sempre) della vicenda, che perde i tratti del playboy scanzonato di George Peppard e si riappropria di una (s-)velata omosessualità, molto impacciato e timido, quasi infantile e totalmente affascinato da Holly, sua indiscutibile musa. Si capisce poi che il lavoro di Francesca Inaudi per interpretare Holly Golightly è stato pregevole e non indifferente: l’attrice è brava e delinea con una densità ricca di sfumature la tragica ilarità di Holly, cover girl newyorkese perennemente in transito, gatto selvatico che non accetta di appartenere a nessuno e che si sente protetta solo dentro la gioielleria Tiffany sulla Quinta. L’attrice, che torna a teatro dopo un’assenza di diversi anni, ha dichiarato di non aver mai visto il film (una fortuna per lei) e di essersi ispirata non a Audrey Hepburn (con la quale in effetti non sembra condividere davvero nulla), ma a Marilyn Monroe, cui invece è molto più vicina per fisicità prorompente, offrendosi anche a un nudo integrale davanti a William, l’unico che riesce a vederla realmente per come è. In realtà Capote avrebbe voluto che ad interpretare Holly nel film fosse proprio Marilyn, molto simile per bellezza e per storia personale a sua madre, ma quando ciò non accadde, stravolgendo l’anima del libro, Capote fu pronto a disconoscere la pellicola. L’adattamento teatrale di Maccarinelli in effetti riprende proprio gli angoli più malinconici e crudi del romanzo, pur mantenendo inalterata la freschezza e la vivacità dei numerosi personaggi in scena che popolano l’East End, ora macchiettistici (come la vicina invadente Anna Zapparoli), ora di indiscutibile presenza scenica, come l’agente (Mauro Marino) e gli imprevedibili party di Holly. Il confronto, anche attraverso il solo titolo, è molto rischioso, ma Maccarinelli tenta il tutto per tutto per allontanarsi intenzionalmente dalla pellicola inserendo bellissime canzoni degli Anni Quaranta al punto di sostituire l’attesa Moon River con Over the Rainbow. E naturalmente, negando l’atteso lieto fine, che, ahimè per i nostalgici, si capisce fin da subito che non arriverà mai.

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