La resistibile ascesa di Arturo Ui di Bertolt Brecht

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Se dovessimo dare un giudizio sulla commedia di Bertolt Brecht in scena al Teatro Puccini diremmo che “La resistibile ascesa di Arturo Ui” può essere visto come un gran teatro dei burattini o meglio come un grande Cabaret con venature circensi. Spettacolo tipico dell’espressionismo tedesco dove la musica è al servizio della parola e la mimica e la gestualità hanno funzione narrativa.
La recitazione schizofrenica e ad alto diapason fa perdere talvolta alla parola il suo valore lessicale per diventare un suono, un’astrazione che, unitamente al linguaggio del corpo dell’attore, rende di facile intelligenza l’azione. Insomma. anche se non si afferra compiutamente la parola se ne coglie il senso, quindi non si perde nulla.
Brecht scriveva “La resistibile ascesa di Arturo UI” “è un tentativo di spiegare l’ascesa di Hitler al mondo capitalista trasferendola in un ambiente che gli è familiare”e, aggiungiamo noi, ricordare in chiave grottesca la tragedia del nazismo.
Lo spettacolo è composto di 14 tessere di un mosaico che racconta cronologicamente le fasi che caratterizzano la storia di Hitler e del nazismo vista in chiave grottesca. Una storia che parte dalla grande depressine degli anni 30 ambientata a Chigago dove il gangster Arturo Ui (Adolf Hitler) e la sua banda iniziano la loro attività criminale con l’estorsione per arrivare, attraverso inganni, omicidi, stragi (quella di San Valentino a Chicago che richiama la “notte dei lunghi coltelli” del ‘34 in Germania) e con la complicità della classe capitalista, a mettere le mani sul fiorente commercio dei cavolfiori. La pièce è un atto denuncia contro la corruzione, l’avidità, la violenza del potere che Brecht pronuncia ricorrendo all’arma della parodia e della comicità.
Elemento importante quanto la parola (tipico del cabaret) sono le musiche di vari autori quali Hans-Dieter Hosalla, Kurt Weill, Friedric Hollaender, Rudolf Nelson, Fryderyk Chopin…per la loro capacità di  moltiplicare le emozioni.
Più che la drammaturgia in sé che non ci racconta nulla di nuovo, è la grande professionalità degli interpreti che colpisce, la loro versatilità che gli permette di passare con stupefacente abilità dalla recitazione al canto, all’attività gestuale e mimica. Tutti meritano un applauso a cominciare da Umberto Orsini che “gioca” con la sua bellissima voce nella veste del protagonista e (naturalmente) dell’attore, Luca Micheletti, Lino Guanciale, Simone Francia, Diana Manea, Michele Nani, Nicola Bortolotti, Antonio Tintis, Ivan Olivieri, Olimpia Greco, Giorgio Sangati.
Le scene semplici e molto funzionali sono a cura di Antal Csaba, così come il servizio luci di Paolo Pollo Rodighiero, belli infine i costumi di Gianluca Sbicca.
Il bravo regista Claudio Longhi è riuscito a gestire il perfetto movimento degli attori rendendoli padroni della scena, a dettare e controllare (senza sbavature) l’elevato il ritmo scenico ed esaltare le sfaccettature satirico farsesche della pièce.

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