Occidente solitario con Claudio Santamaria e Filippo Nigro

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Dopo aver portato nei teatri di tutt’Italia il monologo tragico de La notte prima della foresta di Koltès, Claudio Santamaria torna in scena sempre diretto da Juan Diego Puerta Lopez, ma cambia registro con la commedia nera dell’inglese Martin McDonagh, commediografo contemporaneo pluripremiato, fortemente legato alla terra d’origine dei genitori, l’Irlanda, dove ambienta tutti i suoi lavori.

Le vicende di Occidente solitario si svolgono, appunto, in un villaggio irlandese, anche se, a ben vedere, potrebbero accadere in un qualunque posto dove regni la solitudine, la violenza e il deserto interiore. Due fratelli, Coleman (Claudio Santamaria) e Valene (Filippo Nigro), vivono sotto lo stesso tetto, in una spirale continua di violenza e incomprensioni al motto di “Se c’è già tanto odio nel mondo, nessuno ne noterà un altro po’”. Passano le loro giornate bevendo whisky di contrabbando venduto da Ragazzina (Nicole Murgia), tra rimbrotti, bestemmie, pugni e offese pesanti. Le loro discussioni su questioni banali li rende ridicoli. Il loro fare dispettoso e infantile e i loro dialoghi paradossali fanno sorridere. La loro assoluta mancanza di senso morale e il loro cinismo  sono la spina dorsale dello spettacolo basato su un umorismo nero. “La giusta chiave di lettura di questo testo ce l’ha indicata Samuel Beckett quando ha affermato: «Non c’è niente di più comico dell’infelicità»”, spiega il regista. Anche nel giorno della sepoltura del padre, ucciso con un colpo alla testa partito involontariamente (come si crede inizialmente) dal fucile del figlio Coleman, i due fratelli bisticciano su chi possa bere il whisky riposto in credenza, su chi possa mangiare le patatine, su chi possa usare il forno nuovo, visto che tutto ciò che c’è in casa è contrassegnato da una grande V, che Valene ha tracciato su tutti gli oggetti per rivendicarne il possesso. L’astio profondo ha cancellato l’amore fraterno ed è sordo a qualunque consiglio di riconciliazione. Lo sa bene padre Welsh (Massimo De Santis), un prete alcolizzato e tormentato da crisi di fede, incapace di difendere Dio quando qualcuno lo attacca, impotente di fronte ai suicidi e agli omicidi che accadono nella sua parrocchia e sopraffatto dal Male che vede ovunque. A poco varrà il suo sacrificio, un gesto estremo accompagnato da una lettera che serva da monito ai due fratelli. Coleman e Valene continueranno il loro gioco al massacro, ognuno addossandosi la responsabilità dei gesti più atroci che hanno ferito l’altro, in una sequenza di rivelazioni sempre più agghiaccianti e in un carosello di scuse prive di un reale pentimento. “Faccio un passo indietro” che ripetono dopo ogni finta mea culpa è l’ennesima presa in giro di due fratelli che non conoscono o non vogliono intraprendere la strada del perdono.

Occidente solitario dal giorno della prima nazionale, avvenuta a Pistoia lo scorso gennaio, sta riscuotendo ovunque un grande successo di pubblico, merito del testo (tradotto in italiano da Luca Scarlini), crudo e brutale ma giocato sui toni dell’umorismo nero, e del richiamo del cast, che vede insieme alcuni degli attori più richiesti dal mondo cinematografico e televisivo, oltre che teatrale. Fatta eccezione per la scena che precede la fine del primo atto, dove il ritmo cala nettamente per dare spazio ad un momento introspettivo e drammatico, lo spettacolo è pieno di energia, nutrito dal forte affiatamento di Santamaria, Nigro e Massimo De Santis, che hanno decisamente trovato la chiave giusta per la loro interpretazione. Molto televisiva, invece, Nicole Murgia, poco matura per il palcoscenico, impacciata nei movimenti e dalla voce non impostata, che non dà il giusto spessore al suo personaggio.

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