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Un tram che si chiama desiderio di Tennessee Williams al Teatro Argentina di Roma

Williams nel segno della psicoanalisi secondo Antonio Latella

Un viaggio crudele e inesorabile nella pazzia di Blanche DuBois. Antonio Latella sottopone un classico della drammaturgia del Novecento, Un tram che si chiama desiderio di Tennessee Williams (1947) a una spietata e viscerale rilettura psicoanalitica. Latella svuota totalmente il testo del drammaturgo americano da ogni legame o contesto storico e lo immerge totalmente nella mente inesorabilmente volta alla pazzia della delicata e scandalosa Blanche. Non è un Tram tradizionale (sarebbe stata un’operazione anacronistica): è scevro di ogni realismo storico (anche se restano intatte le distanze sociali), e non c’è, volutamente e giustamente, nulla che lo leghi al celebre adattamento cinematografico di Elia Kazan, con la superba Vivien Leigh, se non l’omaggio a Marlon Brando e Marilyn Monroe, icone degli Anni Cinquanta, stampati sulle t shirt dei protagonisti. Del resto fin dall’inizio Latella dimostra chiaramente di voler destrutturare il testo e lo fa cominciando dalla scenografia (di Annelisa Zaccheria), vale a dire una serie di mobili disseminati lungo il palcoscenico, le luci (anche stroboscopiche), i fari puntati impietosamente verso il pubblico, un letto, una porta, delle sedie, le luci che restano quasi sempre accese in sala. E dai rumori con i suoni che si fanno via via amplificati, improvvisi e assordanti, ad assillare, la mente di Blanche. Tutto è distorto, fino ai violenti ritmi rock dei Led Zeppelin sulle cui note si consuma la passionale (e molto kitsch) storia amorosa fra Stella e il rozzo Stanley, fra scarpe di vernice rossa e oggetti iconici in tema stars and stripes. Il viaggio psiconanalitico comincia a ritroso, come fosse una dolorosa seduta, con la presenza quasi straniante del narratore-dottore (il composto Rosario Tedesco), quasi alter ego delle voci di Blanche, presenza disturbante o confortante che suggerisce analiticamente le didascalie a spogliare di fisicità i piccoli gesti, i tic, i sorrisi. Agli attori (quasi sempre in scena) e continua tensione spetta il compito di lavorare sull’essenza del testo da un punto di vista emozionale. Tutto lo spettacolo si carica di atemporalità e di contemporaneità e nel mettere in scena la storia restano rarissimi i contatti fisici fra gli attori, se non nelle scene più tragiche del dramma, accentuate con l’aiuto delle luci. La storia della fragile, elegante e decaduta Blanche Dubois, ultima rampolla di una ricca famiglia caduta in disgrazia, che irrompe nella povera casa della sorella Stella e del marito, il rozzo e violento, Stanley Kowalsky, viene costantemente affrontata come una sorta di thriller emotivo e psicoanalitico da svelare anche se l’intreccio resta ben noto. Ora può non piacere la violenza visiva e lo scardinamento assoluto del testo, ma è certo che la prova degli attori è molto intesa. A cominciare dalla sensibilità disturbata di Laura Marinoni (che ha già collaborato con Latella) che dà corpo e anima alla sua Blanche, fra femminilità e segreti inconfessati, ora elegante, fragile e sensibile, ora disperata nella sua nudità emotiva. Molto toccante e vera soprattutto in due monologhi da applausi. Vinicio Marchioni (attore che si è formato con Ronconi, ma che è noto al grande pubblico per il ruolo di Freddo in Romanzo Criminale) è uno Stanley, con tanto di bizzarra pronuncia polacca, all’insegna della fisicità atletica e la giusta dose di crudeltà. Vittima incondizionata del suo comportamento, è la Stella, esuberante nella sua fisicità quasi aggressiva, di Elisabetta Valgoi. In scena al Teatro Argentina di Roma fino all’11 marzo.


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