E’ stato cosi’ di Natalia Ginzburg

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regia Valerio Binasco

luci e scene Laura Benzi

musiche originali Arturo Annecchino

produzione Pierfrancesco Pisani – Parmaconcerti – Teatro della Tosse – Infinito srl

con Sabrina Impacciatore

Teatro Puccini Firenze

Si srotola senza pause, con l’affanno di dire tutto, di non dimenticare per strada particolari essenziali alla storia, con una disperazione dimessa, priva di sgomento, la voce che abita i racconti brevi o lunghi della Ginzburg. Il tono a tratti si alza leggermente sfiorando la sincope, per tornare subito al canto tonale, alle frasi-simbolo ritornanti, cariche di derelizione eppure lievissime. Soste impercettibili di pochi secondi sembrano preludere al grido, invece riportano all’uniformità apparente del racconto orale, a quella prosa straordinaria dell’autrice così aperta agli strazi del parlato e nello stesso tempo così finemente letteraria, così abilmente sospesa fra pena e ironia. Pochi sono riusciti a compiere un miracolo analogo: Cechov, Beckett in forma più estrema e luttuosa.

In “E’ stato così” una donna dai desideri comuni, forse di modesta intelligenza, un piccolo animale mansueto, esaurisce le sue (smisurate, masochistiche) possibilità di sopportazione e spara al marito “negli occhi”. Dopo avere accettato per anni l’amore dell’uomo – meschino, grigio, dalle spalle asimmetriche – per un’altra. Un fallito, una vittima (di se stesso), un individuo senza qualità che si è sposato solo per poter creare un simulacro di famiglia da opporre all’intangibile nucleo familiare dell’amante, per sentirsi meno deprivato, meno solo, meno difettoso.

Dopo, soprattutto, aver perso la figlioletta a causa di un’improvvisa febbre infantile.

La protagonista racconta la sua tragicommedia con l’ausilio di un microfono da aula di tribunale, quasi senza riprendere fiato. Immobile su una poltroncina, gli occhi resi enormi (spauriti) da un trucco pesante e sfatto, offre il suo lucido, particolareggiato resoconto come si trattasse di un’apprensiva deposizione davanti al nulla. Unico elemento di arredo, un pannello stretto e corto, alle spalle della donna, tappezzato di fiori dai colori zuccherosi.

E’ un peccato che Sabrina Impacciatore, pur coinvolta emotivamente, non riesca a mantenere il necessario controllo della voce, né a portare in superficie le infinite sfumature psicologiche di uno dei testi più importanti del nostro ‘900. Il sotterraneo, musicale strazio di alcuni passaggi (in particolare la morte della bimba) si apre tuttavia un varco grazie alla misteriosa densità semantica di ogni parola.

Le frasi alludono ai sentimenti (anche violenti), senza mai mostrarli o liberarli del tutto; compongono un tessuto musicale in cui tropismi contrapposti portano a svelamenti di senso seguiti da pressoché immediate ritrazioni.

Non può esistere un finale. Quindi Binasco chiude la pièce con una geniale dissolvenza. Mentre il monologo ricomincia (ricomincerà per sempre come un catalogo ossessivo, essendo la perdita della figlia e lo spreco della propria vita parte dell’incomprensibilità del mondo), le parole della donna si affievoliscono, si allontanano, ingoiate da un’oscurità progressiva e inquietante: “Gli ho detto: – Dimmi la verità – e ha detto: – Quale verità – e disegnava in fretta qualcosa sul suo taccuino e m’ha mostrato cos’era, era un treno lungo lungo con una grossa nuvola di fumo nero e lui che si sporgeva dal finestrino e salutava col fazzoletto. Gli ho sparato negli occhi.”

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