Il maestro di Vigevano di Luciano Mastronardi

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Il progetto e la drammaturgia sono di Emilio Russo, direttore artistico del Tieffe Teatro Menotti, che trae le sue riflessioni dal romanzo “il maestro di Vigevano” di Luciano Mastronardi. Ne è uscito uno spaccato della vita di Vigevano la cui quotidianità è caratterizzata da una calma piatta di sentimenti e di umori culturali. L’azione si svolge in un grande caffè che dà sulla stupenda piazza degli Sforza, dalle cui vetrate si vedono lacerti di vita cittadina. In quella sorta di piccola agora si ritrova o meglio si rifugia un gruppo di piccoli borghesi, insegnanti, avvocati, giornalisti di basso conio. Uomini gretti, pettegoli, invidiosi che si ritrovano per ripetere ogni giorno gli stessi gesti e le stesse parole, sempre in attesa di qualcosa che modifichi la loro vita noiosa.
Siamo in pieno boom economico. La gente si rimbocca le maniche non, come si dice, perché abbia voglia di lavorare. Il lavoro è solo il “mezzo” per accumulare denaro e conquistare lo status sociale dei “ricchi arrivati” mettendo spesso a tacere la propria coscienza.
Il protagonista Antonio Mombelli, un maestro della scuola elementare, è un brav’uomo, frustrato e deluso, senza aspirazioni se non quella di passare di “livello”. Mombelli è un perdente, si lamenta ma non osa sollevare la testa di fronte all’insopportabile atteggiamento vessatorio del direttore scolastico (personaggio grottesco e crudele) che lo tiranneggia con pretestuose disquisizioni lessicali.
Sua moglie Ada, donna molto ambiziosa ed attaccata al denaro, non gli risparmia continue accuse ed umiliazioni e lo spinge ad abbandonare la carriera scolastica per investire la liquidazione in una piccola impresa artigianale.
Mombelli sembra adattarsi alla nuova realtà e le migliorate condizioni economiche aiutano anche i rapporti familiari finché un giorno un suo ex collega maestro al quale aveva confidato i sotterfugi che la moglie usava per evadere le tasse lo denuncia al fisco la cui sanzione mette in ginocchio l’azienda. Per Mombelli è il crollo finale perché al fallimento dell’avventura industriale si aggiunge, più dolorosa, la certezza che la moglie non lo ha mai amato e lo tradisce. L’improvvisa morte di Ada convince Mombelli ad andare “a Canossa” dal direttore (che lo tratta peggio di quel che fece Gregorio VII con Enrico IV) per essere riammesso all’insegnamento. E’ la sconfitta di Mombelli, vero vaso di coccio, vittima di questo mondo che vede contrapposti l’ambiente della scuola con maestri frustrati e mediocri e quello duro e cinico dei nuovi ricchi.
Tutti gli attori interpretano i vari personaggi con grande professionalità, Nicola Stravalaci nella parte del maestro Mombelli, Alarico Salaroli nell’arrogante direttore scolastico, Roberta De Stefano nella fredda e ambiziosa moglie Ada, Gianni Quillico nell’infido amico, Mario Scarabelli nel gretto, cinico, ricco industrialotto, Marco Zannoni nel maestro/giornalista, Natale Ciravolo nell’avvocato “consulente fiscale”, Natascia Curci nella triplice parte della madre, sorella e puttana. Marco Balbi ha diretto gli attori scandendone il ritmo recitativo e misurandone l’espressionismo vocale e gestuale. Belle e funzionali le scene di Elena Martucci, le luci di Mario Loprevite.

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