The History Boys di Alan Bennett

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Non è certo un caso che la commedia anglosassone The History Boys (2004) di Alan Bennett sia stata pluripremiata: vincitrice di 6 Tony Awards, diventata (inevitabilmente) un film diretto da Nicolas Hytner nel 2006 (che ha diretto anche La pazzia di Re Giorgio dello stesso autore), ha conquistato lo scorso anno in Italia tre premi Ubu, tra cui migliore spettacolo. La storia è avvincente, quasi un romanzo di formazione (richiama L’attimo fuggente, ma diventa subito più variegato e diverso), ma non sono tanto i colpi di scena a irretire lo spettatore, quanto l’umanità sfaccettata che si avvicenda in scena, la vivacità intellettuale dei protagonisti, i dialoghi brillanti e irresistibili, il tocco di humour anglosassone di Bennett. E la vita che scorre su palcoscenico. La commedia è ambientata in una scuola di Sheffield, alla metà degli anni Ottanta, in piena epoca thatcheriana, dove un gruppo di adolescenti tanto diversi fra loro quanto affiatati, sono alle prese con gli esami di ammissione all’Oxbrige, agli esclusivi college di Oxford e di Cambridge in cui si forma quella che sarà l’èlite del Paese. Per prepararli a dovere il burocrate preside (Gabriele Calindri), affianca ai docenti, Hector e Mrs. Lintott (Ida Marinelli), un giovane professore idealista, ma agguerrito Irwin (Marco Cacciola). Regia dinamicissima di Elio De Capitani (anche attore, l’insuperabile Hector) e Ferdinando Bruni che “scaraventano” quasi sul palco otto bravissimi ragazzi e gli insegnanti tutti raccontandoli con sguardo appassionato: i personaggi restano sempre in scena, magari appartandosi per poi tornare alla ribalta delle luci concentrandosi solo nell’edificio scolastico. Si parla di scuola e d’istituzioni, ma soprattutto di cultura e di formazione, di vita e di sessualità in un continuum narrativo dal taglio cinematografico in cui si accavallano prelibatissime citazioni di film e romanzi andando spesso a contaminare il livello della scuola e del teatro nel teatro. Gli insegnamenti anti-convenzionali si scontrano con la necessità d’incanalare e di rendere utile la cultura: in gioco due opposte visioni di vita e di “sistema scolastico”, ma tutto diventa crescita in pasto agli studenti, terribili, acutissimi e brillanti nati dalla penna di Bennett. Le scene emozionano in dialoghi coinvolgenti, i ritmi sono serrati, si ride e si palpita per i tormenti amorosi-sessuali (Dakin è un donnaiolo nato che sa già come sedurre), ci si lascia conquistare dall’insita teatralità di un testo avvincente. Tre ore passano in un batter d’occhio se il risultato è uno spettacolo scatenato ed energico che mette in scena una classe appassionata di ragazzi sinceri alle prese con il passaggio all’età adulta traghettato attraverso figure di riferimento.

Davvero meritati anche i premi Ubu conquistati lo scorso anno (migliore spettacolo, Miglior Attrice non protagonista (Ida Marinelli), Nuovo attore under 30 (i ragazzi di The history boys: Giuseppe Amato, Marco Bonadei, Angelo Di Genio, Loris Fabiani, Andrea Germani, Andrea Macchi, Alessandro Rugnone, Vincenzo Zampa). Vedere per credere. In scena fino al 13 maggio al Teatro India di Roma.

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