The mousetrap

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Il vero mistero che ci ha spinto al St. Martin’s Theatre quella sera non era svelare l’assassino, ma piuttosto scoprire com’è che da tanto tempo quest’opera è protagonista in teatro. Perché “The mousetrap” è come la Regina: dopo 60 anni ancora domina la scena.

Ora. Il primo enigma alla fine viene risolto, come si addice a una commedia dal sapore investigativo, quindi posso dirvi serenamente che l’assassino è… rivelato nell’ultimo atto, come ‘La signora in giallo’ ci ha insegnato. Lo so, per un attimo avete temuto il peggio, e un brivido vi ha percorso la schiena all’idea che fossi pronta a spiattellare senza troppe riserve il nome del colpevole. Ma prima di lasciare il teatro, ormai complici di questo omicidio, abbiamo promesso di portarne con noi il segreto, e questo forse contribuisce a rendere il mistero di quest’opera tanto fitto e tanto ambito. Però, detto fra noi, non credo che questo dramma sia così longevo solo per l’omertà del pubblico e per la pigrizia dell’uomo moderno, troppo ozioso per leggersi il testo. Potrei credere che in effetti all’inizio l’intreccio poliziesco esercitasse un certo fascino, e che in seguito il pubblico sia stato invece attratto dal numero crescente di repliche indicato in una sorta di calendario perpetuo all’ingresso. Anche per noi, del resto, si è trattato di questo: con quale coraggio non vai a vedere uno spettacolo che, in barba ai grandi classici, ai musical trionfanti, ai colossal cinematografici da decine di miliardi, e perfino al ritorno del Titanic in tre dimensioni, resiste in teatro da anni?

Quindi siamo d’accordo: “The mousetrap” è un giallo. E se è così, allora non ci resta che seguire gli indizi e trovare le prove che ci mettano sulle tracce del vero colpevole.

Cominciamo dalla scenografia: molto curata, dettagliata, con una luce calda, morbida e soffusa, che evoca l’atmosfera assonnata di una bella casa di campagna degli anni Cinquanta, in cui questa commedia è ambientata. Passiamo poi all’interpretazione: i personaggi sono ben caratterizzati, e mai eccessivi, facilmente riconoscibili in quei tratti distintivi con cui l’autrice li aveva abbozzati. E a tutti gli effetti, salvo un ricambio generazionale degli attori, questa commedia è la trasposizione esatta di come Agatha Christie a suo tempo l’aveva scritta. La trama, intorno a cui il resto prende vita, è essenziale ma ben articolata: lascia aperta ogni alternativa di modo che qualunque conclusione sia possibile e comunque inaspettata. Ed è trovandosi in questo vicolo cieco, sul binario morto di un enigma all’apparenza insolubile, chiusi senza vie di fuga in una casa ricoperta di neve dove tutti potrebbero essere la prossima vittima o il carnefice, in tre atti dove quasi nulla succede, che la suspense si rende tangibile. Ma l’atmosfera di cui quest’opera era intrisa non era affatto tesa come l’avevo immaginata quando mettevo in conto di non respirare per tutta la durata della messa in scena. L’aria era leggera, e c’era uno spazio inaspettato per la risata, che ancora una volta mi coglieva impreparata, perché ancora una volta, leggendo il testo, mi era sfuggita. Perché io sì, il testo l’avevo letto, chi era l’assassino lo sapevo, avevo rinunciato alla sorpresa per avere almeno un’idea vaga di cosa succedesse sulla scena. Ma la sorpresa comunque non è mancata. Perché la suspense che credevo mi avrebbe tenuta inchiodata alla sedia quasi non c’era, si percepiva appena. Diventava curiosità. Impazienza.

E così il mistero si svela: non è con le tinte noir che Agatha Christie ci conquista, ma con un gioco impercettibile d’astuzia, che ci spinge a un confronto inevitabile con la nostra natura nascosta. Niente di macabro, non abbiate paura, l’omicidio in fondo è solo una scusa, quello che riempie davvero il teatro è l’attesa. La nostra voglia di scoprire come va a finire, come in una partita di poker: non ci accontentiamo di vincere, o almeno di ridurre le perdite, vogliamo sempre andare a vedere. E la conclusione di quest’opera infatti un po’ ci delude, perché non mette davvero la parola fine. Lascia intatto il desiderio di sapere cosa viene dopo, non privandoci neanche della possibilità di creare un finale alternativo. Non indizi, quindi, ma sensazioni, idee, suggestioni, finché il vero assassino si dichiara stravolgendo le nostre posizioni. Non solo indagine, quindi, ma curiosità e immaginazione, fantasia più che spirito d’osservazione. Un topo in un’impronta digitale: la creatività in forma nuova racconta la parte più segreta di questa misteriosa commedia.

 

 

Curiosità tratte dal libro di sala

“The mousetrap” fu rappresentato per la prima volta il 25 novembre 1952 al teatro Ambassadors. Fu messo in scena in quella sede fino al 23 marzo 1974. Il lunedì successivo, 25 marzo 1974, fu trasferito nell’adiacente St. Martin’s Theatre, più capiente, dove viene rappresentato tuttora.

Se tutte le persone che hanno visto “The mousetrap” nei suoi 60 anni a Londra si mettessero in fila, questa (presumendo che loro possano camminare sull’acqua!) raggiungerebbe Nairobi. La commedia è stata rappresentata in altri 50 paesi ed è stata tradotta in 27 lingue.

Nel West End 403 fra attori e attrici sono apparsi nella commedia. Sono state stirate 124 miglia di camicie e sono state vendute più di 426 tonnellate di gelato.

 

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