Un angelo sopra Bagdad di Judith Thompson

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“Un angelo sopra Bagdad” è una pièce sconvolgente che fa nascere nello spettatore, in successione, una gamma di sentimenti che vanno dal disgusto, all’odio, all’empatia, alla profonda emozione.
E’ uno spettacolo di una bellezza rara e spaventosa, uno spettacolo tragico e poetico che graffia e lascia ferite profonde.
La rappresentazione (non voglio usare il termine commedia) si articola in tre monologhi che hanno come base il conflitto in Iraq. Tre i personaggi, realmente esistiti,
C’è Lynndie England, la soldatessa americana resa famosa dalle foto in cui sevizia prigionieri di Abu Ghraib sorridente: era in attesa di un figlio nel momento dei turpi massacri fatti in compagnia del ragazzo e dei commilitoni. Per lei applicare elettrodi ai testicoli di uno sconosciuto col falso pretesto di estorcergli chissà quali segreti era il risultato di una delirante retorica militarista e patriottica. Le sue parole volgari e sgrammaticate sono lo specchio fedele del personaggio.
Segue quello su David Kelly, biologo inglese chiamato a dar prova dell’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq, lo scienziato avanzava precise accuse sull’infondatezza del dossier presentato dal Governo Blair. Kelly venne ritrovato cadavere, apparentemente suicida, pochi giorni dopo la testimonianza davanti alla commissione d’inchiesta parlamentare che indagava sulla vicenda.
C’è infine la storia meno nota di Nehrjas al Saffarh, attivista irachena moglie di un importante membro del Partito Comunista oppositore del regime di Saddam, torturata e stuprata insieme ai figli di otto e quindici anni dalle milizie che operavano nel dopo Saddam sotto la regia degli americani
“La Thompson, con stile crudo, intenso e preciso, dipinge come disumano tanto l’operato angloamericano quanto quello iracheno. Il suo sguardo diventa una testimonianza vivida e un’esortazione a capire che le origini del male possono essere lontane dai luoghi in cui solitamente ci ostiniamo a cercarle”.
La scene di Nicolas Hunerwadel sono assolutamente funzionali al testo. Sono tre gabbie, come prigioni della memoria, dove ogni attore racconta la sua storia. Funzionali pure le luci di Paolo Ferrari e lo “spazio sonoro” di  Massimo Carniti, David Barittoni. Perfetta la regia di Marco Carniti.
Difficile trovare aggettivi che siano in gradi di esaltare l’intensa straordinaria interpretazione dei tre attori, Pamela Villoresi, Gianluigi Fogacci, Melania Giglio.
Spettacolo da non perdere.

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