“La giornata di una sognatrice” di Copi. Traduzione di Oreste Del Buono.

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La commedia “La giornata di una sognatrice” di Copi sconcerta, piace ma fa discutere. Stimola l’intelligenza non certo la pancia degli spettatori. Il commediografo argentino gioca sui temi della maschera e il volto, dei sogni e la realtà e sulla nevrosi dei desideri.

Si tratta di un divertissement intellettuale che attinge ai codici del linguaggio criptico, dell’allegra demenzialità, della nevrosi che sfocia in un mondo onirico. Ne esce un quadro dove la quotidianità si stinge di surreale ed esprime l’assurdità della vita in una realtà priva di vera comunicazione. Un’opera tragicomica che è costruita sul paradosso e sull’eliminazione della sintassi temporale e della grammatica logica in un vertiginoso accavallarsi di personaggi che scendono dal cielo e rinascono dalla terra con sequenze grottesche. “E’ la giornata di una donna che vive tra la casa e il suo giardino trasformata da Copi in un’acrobatica e surreale allegoria dell’esistenza umana dalla sveglia-nascita al tramonto-morte”. L’interpretazione dei bravissimi attori non può che essere innaturale, nevrotica, ironica con l’iterazione di frasi disarticolate durante tutta la pièce. Anche le musiche e i suoni (curate da Giovanni Isgrò) concorrono a creare straniamento ed emozione.

Si tratta della giornata fantastica nella vita di Gianna. È giovane e abita da sola in una piccola casa con giardino, che sono un corpo unico”. Nella mattina di quel giorno Gianna riceve la visita di un postino “alato”, più tardi compare un figlio che in un pomeriggio cresce e se ne va di casa. Arriva poi Luisa, l’amica d’infanzia e infine un “Venditore di Cocomeri”, al quale Gianna chiede “È da molto che siete Dio?”. Tutti questi incontri sono il frutto della sua mente tesa alla ricerca di una via di uscita che la riporti in un mondo reale da quel vacuum dove fluttua come in assenza di gravità. “Tutto quello che ho fatto l’ho fatto a fondo, senza esitazioni. Se ho perduto un momento, è stato per distrazione. Ho fatto tutto, tutto quello che mi è stato possibile (…) E poi non è mica colpa mia se la mia vita è così! È colpa della vita!

Se fosse un racconto a fumetti sarebbe un almanacco di figure bellissime, maschere di un mondo che pare lontano da noi ma che ci riguarda, in realtà, intimamente”.

La regia molto accurata nella ricerca dei non facili equilibri drammaturgici è di Giuseppe Isgrò. Le scene, i costumi e i pupazzi belli, funzionali e di notevole segno artistico sono curati da Giovanni De Francesco assieme a Gianni Giacummo e allo stesso Isgrò. Oltre ai bravi Francesca Frigoli e Giacomo Maretelli Prioletti meritano una particolare menzione Cinzia Spanò e Nicola Stravalaci per la grande padronanza scenica e l’incredibile capacità vocale e gestuale.

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