Cavalleria rusticana di Mascagni e I Pagliacci di Leoncavallo

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(14 ottobre 2012)

L’assurda idea del possesso

 

Turiddu circuisce Lola, sposa di Alfio, e Alfio lo uccide, Nedda ama Silvio e suo marito Tonio li uccide. E questo lo chiamano amore? No, questo non è altro che assurda idea di possesso. Solo il denaro rende padroni, non l’amore. E poi siamo certi che si tratta di storie del passato?

La fatidica frase “finché morte non vi separi” ha creato fin troppe vittime, è meglio adottare quella che si pronuncia a Las Vegas “vi dichiaro marito e moglie finché stress non vi separi”.

Al Teatro Comunale di Bologna le cruente vicende di Cavalleria rusticana e de I Pagliacci, due brevi opere forti, immediate, viscerali, taglienti, sono state riunite in un’unica serata con lo storico allestimento di Liliana Cavani (regia), Dante Ferretti (scene), Gabriella Pescucci (costumi), Gianni Mantovanini (luci), Micha van Hoecke (movimenti coreografici), ripresi da Marina Bianchi, Leila Fteita, Laura Lo Surdo, Daniele Naldi e Sergio Paladino.

Per Cavalleria c’è la tradizionale piazzetta con la chiesa antica e un caseggiato moderno di tipo condominiale con finestre dalle tende bianche, ora chiuse, ora aperte, da cui esce la luce, si affacciano persone vestite secondo le ore del giorno e si vedono donne intente alle faccende personali. Nel pian terreno due grandi porte per l’accesso alla casa di Turiddu e al garage (col carretto dentro) di Alfio (ma…abitavano nello stesso palazzo?).

In piazza un gran via vai di gente: uomini in conversazione, donne alla bancarella di un venditore ambulante, persone dirette alla messa, processione col prete, i fedeli e gli incappucciati.

Abiti castigatissimi, scuri o neutri, per le donne (bianco per Lola, chissà perché?), neri con camicia bianca per gli uomini. Le luci disegnano l’evoluzione della giornata.

Per Pagliacci una scena scarna di tipo felliniano: al centro un precario palchetto da commedia dell’arte delimitato da quattro pali in legno e sormontato da una fila di lampadine, a sinistra una roulotte e a destra un muro. Un furgoncino per il trasporto dei commedianti. Allestimento a vista di una platea con panche portate dagli spettatori.

Ambientazioni semplici e funzionali.

È sul piano vocale che abbiamo stretto le orecchie.

In Cavalleria il tenore Giancarlo Monsalve (Turiddu) è bello e basta, dovrebbe fare l’attore e non il cantante; la voce non c’è e quel poco che si sente non è cantare, il suo canto mette in difficoltà l’ascoltatore. Ma come cavolo canta? Mi sono chiesta. La voce è afona, i suoni sono forzati, stimbrati, ingolati, il declamato a mezza voce è fatto sotto voce, la linea di canto è disordinata; lo squillo è robusto ed esce qualche acuto (beviam in Viva il vino col coro), ma qualche squillo non basta per fare un tenore.

Il soprano Katja Lytting (Santuzza) ha voce estesa e potente, vibrante e di bel colore, tagliente in zona acuta, abbastanza corposa e scura nel medio basso; è una brava interprete con belle e pregnanti espansioni acute, quasi un pianto lacerante (Voi lo sapete, o mamma), un fraseggio intenso, la capacità di passare agevolmente dalla densità del suono grave alla luminosità del registro acuto.

Alfio, più boss che carrettiere, fuma il sigaro; il baritono Alberto Mastromarino esibisce voce possente ma poco sonora, ingolata nell’ascesa all’acuto, autorevolezza e sicurezza gestuale.

Molto coinvolta nel ruolo di una credibile Mamma Lucia, il mezzosoprano/contralto Cinzia De Mola esibisce un bel colore scuro e suoni a volte un po’ stretti.

Lucia Cirillo (Lola) non è né bella né provocante e non ha una gran voce.

Bravi invece i coristi, preparati da Lorenzo Fratini; la pastosità e la densità delle voci maschili, la pulizia e la leggerezza di quelle femminili (gli aranci olezzano), l’abilità nel gestire con morbidezza il canto a mezza voce (inneggiamo), la grande cantabilità e la pienezza dell’amalgama sonoro fanno del Coro del Teatro Comunale di Bologna l’elemento di spicco della serata; brave anche le voci bianche preparate da Alhambra Superchi.

Nei Pagliacci Alberto Mastromarino (Prologo e Tonio) è più a suo agio nella cantabilità del Prologo, canta sul fiato per ammorbidire, ma quando la voce si espande qualche suono ingolato o sbracato esce comunque, volume e potenza si esternano nelle progressioni acute.

Piero Giuliacci (Canio) elargisce con generosità una vocalità di tenore spinto fino al punto di non controllare l’intonazione di alcuni acuti peraltro sostenuti (Un tal gioco) e di avere l’emissione non perfettamente a fuoco (Tu sei pagliaccio), meglio in Vesti la giubba.

Inva Mula è un soprano lirico belcantista che si destreggia bene anche nel verismo, interpreta Nedda/Colombina con bella voce, salda ed estesa, il canto è teso, ma con belle arcate e l’uso della messa di voce anche per gli attacchi in acuto. Entrambi combinano realismo scenico e verismo vocale per la scena finale di alta drammaticità.

Il baritono Marcello Rosiello nel ruolo di Silvio esibisce timbro caldo, voce estesa e vibrante, colore non sempre accattivante, canta sempre di fibra, scambia la mezza voce col sotto voce e non si sente nel duetto tormentoso per lo più a voci lanciate con Nedda (Se tu scordassi l’ore fugaci).

Leonardo Cortellazzi, nel ruolo di Beppe che nello spettacolo di piazza impersona Arlecchino, usa propriamente una voce pulita di tenore chiaro e acuto, curando i passaggi, la dizione, la linea di canto (O Colombina, il tenero fido Arlecchin).

Anche il coro ci dà dentro con alte sonorità.

L’orchestra del Teatro Comunale di Bologna, compatta, sonora, incalzante e ampiamente coinvolta, sotto la bacchetta di Alberto Veronesi fa sentire la sua presenza in Cavalleria rusticana, ma sa anche comunicare delicatezza, struggente malinconia con suoni sospesi e galleggianti; ben eseguito ma non emozionante l’Intermezzo.

I Pagliacci hanno una linea narrativa più compatta e coinvolgente sostenuta da un ricamo strumentale. La musica è più moderna e meno orecchiabile di quella di Cavalleria, le pagine corali hanno un contenuto più discorsivo e narrativo rispetto a quello più descrittivo dei cori di Cavalleria. Morbido il disegno orchestrale sotto la tensione delle voci, l’Orchestra tiene una linea melodica diffusa e captante e i singoli strumenti fanno sentire il loro canto.

La regia non travalica la realtà e così i costumi. Nota di colore: Arlecchino arriva su un cammello.

 

Crediti fotografici: Rocco Casaluci per il Teatro Comunale di Bologna

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