Miseria e nobiltà di Eduardo Scarpetta

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adattamento e regia Geppy Gleijeses

scene Francesca Garofalo

costumi Adele Bargilli

luci Luigi Ascione

musiche Matteo D’Amico

con Lello Arena, Geppy Gleijeses, Marianella Bargilli, Antonietta D’Angelo, Gina Perna, Antonio Ferrante, Gino De Luca, Francesco De Rosa, Jacopo Costantini, Gigi De Luca, Silvia Zora, Loredana Piedimonte, Vincenzo Leto

produzione Teatro Stabile di Calabria – Teatro Quirino Vittorio Gassman

SOTTOSUOLO DANTESCO CON NATURE MORTE

L’enunciazione secca di Pupella – “tengo fame” – ha in sé tutta la densità cupa di uno spavento che per disperazione si fa minaccia (persino l’atteggiamento del corpo è una suprema sintesi di impaurita aggressività: proteso in avanti, con le mani aggrappate ai bordi del vecchio tavolo di legno nudo, unico elemento di arredo insieme alle sedie).

E’ un suono basso, rauco, imperativo, insidioso, che lacera il silenzio e la penombra fumigosa di un vasto “sottosuolo” di memoria vagamente dostoevskijana, e ancor più ortesiana: echeggia nello spazio scheletrico e negletto il racconto “La città involontaria”, dove una folla deprivata di umanità vive e si aggira all’interno di un palazzo sterminato i cui piani corrispondono ai gironi dell’inferno dantesco (“non era lieto, non era limpido, non era buono quel rumore fatto di chiacchierii, di richiami, di risate, o solo di suoni meccanici; latente e orribile vi si avvertiva il silenzio, l’irrigidirsi della memoria, l’andirivieni impazzito della speranza.”).

In questa sorta di hangar dismesso, di capannone industriale abbandonato, fra canapi agganciati alle pareti grigie e grate sospese a mezz’aria, esplodono (per implodere quasi subito, a causa della debolezza conseguente alla denutrizione) le frustrazioni rancorose dei membri di un piccolo nucleo di misérables victorhughiani dalla carnagione esangue e dalle guance infossate (potremmo aggiungere gli occhi pesti) intenti ad azzannarsi vicendevolmente come lupi tignosi e affamati, e a ricadere subito sulle sedie in una sfinita, risentita immobilità da relitti beckettiani.

Si apre, ogni tanto, uno spiraglio di speranza, un sogno breve di temporanea sazietà rappresentato per es. dal cappotto tarmato del Signor Pasquale, ultimo bene di famiglia impegnabile, che dà l’abbrivio a una fantasmagorica, famelica affabulazione, nella quale si susseguono i colori e gli odori di un chilo e mezzo di spaghetti, una “boatta” grande di pommarola, una padellata di 10 uova, frutta secca e fresca, ecc. ecc.

Il livido, magnifico primo atto è seguito dalle sgargianti delizie di una seconda parte dislocata nel salotto buono dell’ex-cuoco arricchito Gaetano Semmolone, vero compendio dell’immaginario della piccolissima neoborghesia. Possiamo ammirare i due rigonfi canapè color alchermes meringati di arabeschi aurei, la carta da parati a righe verticali e, soprattutto, le nature morte raffiguranti bouquet ittici con octopus vulgaris al centro e composizioni di frutti dall’aspetto assai linfatico (in particolare certe perine stinte e sparpagliate che paiono sospirare di rassegnazione).

In questa stanza adibita alla finzione della raggiunta eleganza convengono il giovane Eugenio, figlio del marchese Favetti, innamorato di Gemma, figlia di don Gaetano, nonché Felice e Pasquale, ingaggiati con le rispettive famiglie da Eugenio per impersonare i nobili parenti davanti al Signor Semmolone. La recita dei poveracci (abbigliati con costumi teatrali prelevati nella sartoria del San Carlo – irresistibili i cappelli di Concetta e Pupella: immenso e leopardato il primo, con minuscolo parasole incorporato in secondo – e, nel caso di Pasquale, con un’uniforme munita di “calamari” dorati proveniente da un’agenzia di pompe funebri), avidi di qualsiasi cosa assomigli al cibo, assolve la duplice funzione di dileggio vendicativo nei confronti di un’aristocrazia percepita nei riti e negli aspetti più ridicoli e di un ceto emergente caratterizzato da disarmante ignoranza e fastidioso, invadente cattivo gusto.

L’irruzione di Luisella nei panni, e nel curioso colbacco bianco ornato di gomitoli di lana e ferri da calza, della malatissima, agonizzante principessa di Casador (senza polmoni, con poco – veramente poco – fegato e la milza putrefatta) accelera i meccanismi deformanti della macchina celibe alla Feydeau e conduce la pièce su un piano di esaltante, modernissima assurdità innervata di umori e stilemi popolari e dialettali.

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