Umberto Orsini in La leggenda del Grande Inquisitore al Piccolo Eliseo di Roma

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Dostoevskij oggi. I discorsi che hanno reso immortale lo scrittore russo della metà dell’Ottocento nella forma contemporanea del teatro visionario ed sperimentale di Pietro Babina che forgia una veste nuova per uno dei capitoli più corrosivi de I fratelli Karamazov. L’inessenziale viene scarnificato per far emergere le emozioni magmatiche e i pensieri vischiosi che logorano l’animo umano. Il Grande Inquisitore, il personaggio leggendario creato dall’ateo Ivan Karamazov per rendere comprensibili i suoi dubbi teologici al fratello credente, in questa mis en scène viene estrapolato dal suo contesto narrativo per diventare una figura autonoma, assumendo una forza dirompente grazie agli espedienti drammaturgici del regista bolognese e alla capacità interpretativa di Umberto Orsini, che torna ad approcciarsi a questo testo cui è legato da più di quarant’anni, da quando interpretò Ivan nel celebre sceneggiato Rai diretto da Sandro Bolchi. Le rughe dei suoi settantotto anni rendono ancora più d’impatto il personaggio, inquieto di fronte alla vita che se ne va, aggredito da dubbi religiosi ed esistenziali, incarnati da una figura sprezzante e mefistofelica (Leonardo Capuano) che lo assale, lo annichilisce, lo scruta con piglio sprezzante. La parola Fede domina la scena con grandi caratteri al neon ma la sua luce è intermittente, simbolo della stessa Fede di Ivan che vacilla di fronte ai grandi interrogativi della vita. Tutti gli oggetti di scena sono simboli, sospesi in una realtà onirica, portatori di ricordi che vengono dal passato. Ivan si ritrova a dover fare i conti con se stesso: frammenti dello sceneggiato che lo ritraggono giovane vengono proiettati su uno specchio, su cui Ivan si riflette, vecchio, cambiato nell’aspetto e nelle convinzioni. Lo spettacolo adotta un crescendo di intensità, aggiunge tasselli per focalizzare gradualmente l’attenzione sui vari elementi: dapprima, in un silenzio rotto solo da qualche parola urlata e da tanti rumori inquietanti, gli attori esprimono con la loro mimica la violenza di una coscienza turbata; poi agli stessi movimenti vengono aggiunti i dialoghi, sulla vecchiaia, sui sogni infranti, sul peccato e la falsa libertà. Solo alla fine tutto acquista un senso, con il discorso del Grande Inquisitore, immaginato da Babina e Orsini come un affascinante oratore di una TED Conference che in 18 intensi minuti si scaglia contro Gesù per imporre una visione più cinica e utilitaristica dei suoi insegnamenti. Ed è qui che Umberto Orsini, abbacinato da un fascio di luce sul proscenio, incanta la platea rendendo il monologo di grande intensità.

Da vedere e rivedere.

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