Imitationofdeath: Ricci/Forte raccontano l’incubo della morte in ogni sua sfumatura

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fotoÈ il respiro ansimante dei performer sdraiati a terra a ricevere gli spettatori in sala ai Teatri di vita di Bologna per lo spettacolo Imtationofdeath. Un respiro catturato dentro dei sacchetti di plastica, per non disperdersi e dissiparsi, per imprigionare la vita e scongiurare la morte. Un respiro che, quando le luci si spengono e tutti sono comodi diventa ansimante, trafelato, nevrotico prima che i corpi prendano vita mettendo in scena le loro nevrosi come specchio dei nostri tempi.

L’ultimo lavoro di Ricci/Forte è, ancora una volta, un ritratto crudo, brutale, perverso e di grande impatto fisico di tutti i malanni della società contemporanea. I corpi qui sono esposti, torturati, maltrattati e denudati. Tutto è zona di confine, equilibrio precario (espresso con le immancabili scarpe dai tacchi altissimi, portate sia da donne che da uomini), pericolo, tutto evocato anche attraverso il nastro segnaletico bianco e nero che divide il pubblico dagli attori e che ricopre le altissime calzature degli attori: se questo serva a delimitare un pericolo o a demarcare il confine tra la vita e la morte non è chiaro. E nemmeno cosa sia la morte è chiaro. Se la vita è questo logorante incubo in cui viviamo, dentro il quale ci aggiriamo dispersi e senza meta cosa potrà mai essere di tanto terribile la morte? Non stiamo già imitando dei cadaveri che si muovono ignari di quale sia il senso del loro vagare? La morte, come direbbe Chuck Palahniuk – al quale i registi si sono ispirati per realizzare questa pièce – è come una peste e si diffonde in mille modi, sia essa provocata dagli altri o indotta da noi stessi perché in fondo, quando non sappiamo chi odiare, impariamo a disprezzarci da soli. Ed è proprio questo che confessa la ragazza che prende il centro della scena e si chiede il perché di tanti suoi comportamenti: perché devo bere due pinte di birra al giorno? Perché se peso più di quarantanove chili sto male? Perché quando mio padre è morto ero felice?. Quesiti che pesano come un macigno anche in chi ascolta e, mentre i suoi compagni provano a dare una risposta alle sue domande le disegnano uno scheletro sul corpo, perché ognuno di questi interrogativi logora, brucia dentro e si succhia la vita.

In questo spettacolo gli attori non sono solo chiamati a un forte impegno fisico, pur fortemente presente, ma anche a mettersi in gioco attraverso le loro vite e a raccontarci un po’ di sé, le parti più scomode, quelle più difficili da raccontare, ma anche le loro speranze e i loro desideri trascorsi, ricordi di un tempo lontano misurato attraverso la statura del loro corpo.

Anche il nastro che divide pubblico e attori a un certo punto verrà tagliato e ognuno degli astanti dovrà fare i conti con i suoi pensieri più intimi, verrà chiamato a interrogarsi sulle sue paure, i suoi vizi e i desideri repressi. Nessuno sarà in grado di dare delle vere risposte, a nessuno sarà veramente data la parola per raccontarsi, ma il disagio di quelle mani sulla testa che vorrebbero leggere i pensieri è palpabile e rende ancora più “scomoda” – come se non bastasse la tensione che si respira dal palco – la poltrona sulla quale si è seduti.

Una tensione creata attraverso degli escamotage – come il corpo nudo, il sesso esibito e strattonato – che attraggono inevitabilmente l’attenzione e appagano il desiderio voyeuristico che è in ognuno di noi. L’erotismo esplicito presente in tutto lo spettacolo e la cura estetica – vessilli della compagnia Ricci/Forte – a volte rischiano di risultare vacue e fini a se stesse. Nonostante ciò questo spettacolo scava nel profondo e ci costringe a fare i conti con le nostre esistenze per scoprire che, in fondo, i nostri problemi e i nostri drammi ci piacciono perché senza essi rimarrebbe «solamente il grande spaventoso inconoscibile».

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