“La classe morta” rivive a Bologna grazie a Nanni Garella

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Siamo sull’orlo della morte o forse lo abbiamo già varcato. Siamo in bilico su quell’equilibro precario in cui la vita e la morte si confondono ed è difficile stabilire quale precipizio sia peggiore. Vivi o morti i protagonisti de “La Classe Morta” – pièce manifesto di Tadeusz Kantor che la presentò per la prima volta a Cracovia nel novembre 1975 – sono gli assenti, i dimenticati, coloro che, per qualche motivo sono relegati nella penombra della nostra società. Oggi Nanni Garella decide di rimettere in scena quello spettacolo che da allora non è stato più rappresentato. E lo fa, non a caso, scegliendo di affidare questo difficile compito agli attori dell’associazione Arte e Salute, con i quali il regista collabora già da diverso tempo all’interno di un progetto che, attraverso il lavoro teatrale, si prefissa l’obiettivo di migliorare le condizioni delle persone che soffrono di disturbi psichiatrici.

Il risultato è sorprendente perché nessuno avrebbe potuto, a distanza di quasi quarant’anni, riprodurre in modo più efficace e veritiero questo discorso di confine tra esistenza e dipartita, tra l’esserci e il non-esserci, tra la precarietà (della vita) e l’eternità (della morte).

Alcune file di banchi scolastici in legno occupano il centro della scena, protagonisti assoluti, insieme agli avventori che li occuperanno, dello spettacolo. Al lato sinistro una latrina ci ricorda i bisogni primari dei vivi.

Gli scolari sono tutti anziani, sull’orlo della tomba (o già morti?), ognuno di essi rappresenta un modo di esistere, un modo di essere stati al mondo, di cui oggi, sopra quei banchi, si rivivono reminiscenze. Ed è così che i personaggi si connotano come archetipi abbozzati attraverso le sorti della loro vita passata, i residui della loro infanzia, con i sogni, le passioni e le speranze di un tempo dimenticato eppure presente. Tra essi abbiamo la donna dietro la finestra, attraverso la quale sbircia il mondo ma, nello stesso tempo, si protegge perché dall’altra parte ad attenderla c’è solo l’ignoto; poi c’è il vecchietto con la sua inseparabile bicicletta che esibisce come un dolente giocattolo della sua infanzia; oppure la donna lasciva che fa il suo giro tra i banchi mostrando i seni e giocando con la sua seduzione.

Questi e altri personaggi ricompongono “La classe morta”, luogo dove solo il ricordo può costruire il ponte che unisce il passato e il presente. Un passato rappresentato anche attraverso dei fantocci bambini, inermi, cadaveri sotterrati nella tomba del “Tempo”, testimoni di ciò che è stato e dell’evoluzione inevitabile della vita. Trascinati, gettati o portati con sé questi pupazzi bambini ricordano un’epoca svanita. Ma se il corpo è caduco e soggetto alla dura legge del deterioramento, la mente può rimanere fanciulla, può continuare a giocare con la vita, a farsi beffe di essa ballando ancora una volta un giro di valzer.

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