Moscheta di Angelo Beolco detto Ruzante

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Foto di Marcello Norberth

regia Marco Sciaccaluga

scena e costumi Guido Fiorato

produzione Teatro Stabile di Genova

con Tullio Solenghi, Maurizio Lastrico, Barbara Moselli, Enzo Paci

 

GLI OCCHI LUCENTI DI BETIA

Lo spazio abitato dai personaggi di “Moscheta” ha le caratteristiche di una zona marginale, simbolica; luogo di raccolta di umanità residuale, di scampoli antropoidi mossi da violente pulsioni primarie e dall’istinto di sopravvivenza. Le crude esistenze delle quattro figure sono lambite, oscurate, rese in qualche modo frammentarie dall’incombere della guerra fra Carlo V e Francesco I, con le conseguenti scorrerie dei lanzichenecchi, epidemie, perdita del bestiame, fame e assenza di denaro. Un fondale di rocce o pietre disegnate – mosaico di studiata disarmonia che splendidi contrasti chiaroscurali accomunano alle combustioni drammatiche, acri, di Alberto Burri – grava con la sua inquietudine su una ruota fissata sopra due lunghi pali convergenti e sulle baracche di Ruzante e del soldato bergamasco Tonin (in questo allestimento truccato come un torvo Calaf pucciniano, con effetti sincretici esilaranti). Entrambe di legno vecchio e guasto, tenute insieme da corde, stracci di tela e muffe; la prima si presenta come una specie di palafitta pencolante e cilestrina, la seconda non è che un vecchio carro coperto dismesso, di un rosso qua e là scolorito dagli elementi, assai somigliante a quello adoperato da Mutter Courage.

La successione e l’intersecarsi dei piccoli, ingenui intrighi escogitati dal villano Ruzante, dal suo compare Menato e dal soldato Tonin per conservare o conquistare l’amore dell’incontrollabile Betìa (moglie di Ruzante), assume – per via della forza cupa, travolgente, dell’idioma pavano – una densità materica che trascina la tonalità comica e contadinesca di temi ed eventi verso il tragico e il fantasmagorico.

Vediamo così l’avvenente, ricciuto Menato (coinvolgono assai la perfetta misura di ogni gesto e l’affabulazione, ora himerica ora raziocinante e ingannevole, di Maurizio Lastrico) tuffare la testa nel fiume con violenza, per soffocare il fuoco appassionato che divampa nei visceri, fa ribollire il sangue nel torace e, salendo, deflagra dietro gli occhi e muta le immagini in riflessi tremuli. Betìa lo ammalia – Betìa dagli occhi lucenti, dai seni come piccoli otri bianchi dispensatori di infinita delizia, dal pungente odor di femmina –, gli affata la mente trasformandolo in uno Jago ante litteram.

Vediamo, soprattutto, un magistrale Solenghi modellare la fisionomia del protagonista (anche grazie a un make-up quasi filologico) fino a rendere evidenti il ristagnare del pensiero, la pusillanimità, il mimetismo criptico difensivo o, in altre occasioni, batesiano, la credulità guardinga. La perplessità ferita di certi sguardi sbiechi evoca i segni di deformità e di stanchezza originati dalla miseria che riscontriamo sui volti dei “Mangiatori di patate” di Van Gogh, resi ancor più umili e indifesi dal monocromatismo di derivazione fiamminga.

L’attore tocca vertici di nuda, dimessa poesia mostrando l’amore di Ruzante per la moglie, tanto grande da apparire senza limiti, carnale eppure di un’assolutezza ontologica. Riveste di panni preziosi l’ostentata malagrazia, i capricci, i tradimenti della donna; dà alle sgarberie di lei i nomi più dolci della passione, per non sentire troppo gli urti del fiume carsico di dolore che gli rimbomba nel petto (laggiù, da qualche parte). L’aspetta davanti al carro del soldato, seduto all’aperto per un tempo indefinito, incurante del freddo, della pioggia, della tormenta che morde e intorpidisce le membra. La invoca, la blandisce, la minaccia. Si traveste da soldato napoletano (con tanto di barba finta e incongrua palandrana a righe di furtiva provenienza ecclesiastica) per trarla in inganno, sfoggiando una bizzarra lingua “moscheta” (ossia, cittadina, esotica, insidiosa) a metà fra il partenopeo e l’italiano. Cerca di uccidersi con le proprie mani, strangolandosi, mangiando se stesso (come lo Zanni di “Mistero buffo”) a partire dai piedi. Viene, infine, convinto dall’amico a intraprendere un’improbabile aggressione a Tonin.

In una notte illune e paurosa che riesce a sprigionare tutta l’antica magia del teatro, Ruzante, abbandonato dal compare presso un cantone, cade preda del terrore infantile del buio e fugge, fra ombre sempre più grandi, inseguito dall’illusione di un orco nero, gigantesco e greve, dal respiro assordante e gorgogliante.

Va ringraziato il Teatro della Pergola per avere individuato e portato a Firenze questo commovente, avvincente allestimento, davvero di raro incanto.

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