Questi fantasmi! Con Carlo Giuffrè al Teatro Eliseo di Roma

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fotoQuando un grande classico del teatro italiano del Novecento come Questi fantasmi! “finisce” nelle mani di un attore come Carlo Giuffrè, il risultato non può che essere notevole. E Carlo Giuffrè si conferma uno dei più grandi attori della scena teatrale italiana portando in scena la sua settima regia tratta dai testi di Eduardo De Filippo (l’ultimo lavoro era stato Il sindaco del Rione Sanità). “Oggi la gente ride, ma un giorno, fra 50 anni forse, ne piangerà!” diceva Eduardo 65 anni fa quando scrisse la commedia: un giudizio lungimirante per un testo che Carlo Giuffrè porta in scena con spirito tradizionale, ma estremamente moderno. È esattamente quello che accade in questa messicnena perché il pubblico ride o meglio sorride amaramente sulle vicende di Pasquale Lojacono, una povera anima in pena, alle prese con gravose difficoltà economiche da una vita, sposato con l’avvenente e irrequieta, giovane Maria. Ma la fortuna sembra essere arrivata anche per lui: quando affitta il piano (con 68 balconi e 18 stanze) di un maestoso e antico palazzo seicentesco nel cuore di Napoli sembra aver risolto i suoi problemi anche economici, grazie alla presenza di un generoso fantasma che elargisce denaro a volontà. Il pubblico sa bene che si tratta, ahimè, di Alfredo, il facoltoso amante della moglie Maria, ma la questione resta sempre la stessa: Paquale Lojacono sa o finge di non sapere? È in buona o cattiva fede? È ingenuo o solo molto furbo? La messinscena di Giuffrè mantiene in piedi l’equivoco non lasciando scampo al dubbio reale fino alla fine, riaccendendolo fino al chiudersi del sipario perché sarà lo spettatore a decidere se Pasquale sappia o meno. Questi fantasmi resta una bellissima commedia sull’ambiguità e sulle illusioni (declinata sotto ogni diverso profilo anche sociale) che la messinscena di Giuffrè articola con misurata regia trasformando i dialoghi sul balcone con l’onnipresente (ma assente in scena) professor Santanna, suo dirimpettaio, in monologhi della coscienza. A prevalere poi è la sensazione di ambiguità, senza dimenticare la comicità intrinseca e gli scoppiettanti dialoghi del puro teatro napoletano (con il portiere soprattutto) si rinnovano di scena in scena. E in scena Carlo Giuffrè è sempre grandissimo, connota la maschera del suo Pasquale con impercettibili gesti, calibratissimi, essenziali, quasi trascinati, fra malinconia e ironia. È strepitoso nella celebre scena sui piccoli piaceri della vita con la preparazione del caffè, di infinita dolcezza, quasi straziante nel dialogo finale con il fantasma-Alfredo mosso a compassione dalle sue parole. E al di là di Giuffrè, che resta impareggiabile, la compagnia è sempre all’altezza, anche se il portiere, anima nera, furfante e ladro, interpretato di Piero Pepe, regala impagabili spunti. In un clima di tradizionalità risultano molto efficaci le luci di Umile Vainieri (con videoproiezioni ed effetti speciali nella scena delle anime dannate che in realtà altri non sono che la moglie, i figli e i parenti di Alfredo) che si aprono sulle scene del palazzo seicentesco ricreato da Aldo Terlizzi. Da vedere per rivedere un grande classico e per ammirare Carlo Giuffrè, un pezzo di storia vivente del teatro italiano.

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