Cani e gatti

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fotodi Eduardo Scarpetta

riduzione e regia di Luigi De Filippo

produzione I due della Città del Sole

con Luigi De Filippo, Paolo Pietrantonio, Fabiana Russo, Vincenzo De Luca, Roberta Misticone, Riccardo Feola, Gennaro Di Biase, Michele Sibilio, Feliciana Tufano, Luca Negroni, Stefania Aluzzi, Stefania Ventura, Marianna Mercurio

 

DON SALVATORE E IL PROFUMO DI GELSOMINO

Dopo aver sostato nel salotto della giovane coppia impegnata in acrimoniose, pubbliche e pressoché ininterrotte cerimonie di vicendevole denigrazione – ed aver ammirato il repertorio illustrativo di marine dall’esaltato cromatismo e vulcani pop eruttanti bianchi fumi verticali, nonché le poltroncine imbottite dallo stile indefinibile (un vaghissimo Luigi XV trapuntato di mousse al caffè, assai intonato al gusto dei petits-bourgeois primo novecento) -, ci portiamo a Sorrento insieme alla furente signora, utilizzando un alquanto regressivo treno dipinto.

Più precisamente, nella residenza dei genitori della giovane in questione. Le piante di beaucarnea recurvata dalle foglie nastriformi e l’agave nigra che si intravede sul terrazzo suggeriscono la sostanza mutevole e lieve della luce marina, il chiarore azzurrino, ancora umido, delle prime ore del giorno e i fuochi di vetro blu che Midi le Juste accende sull’acqua.

La crisi matrimoniale della figlia, che pare destinata a sfociare in una separazione precoce, induce i due anziani genitori a simulare un improvviso, violento dissidio, un susseguirsi esilarante e chiassoso di baruffe tese a dimostrare la sgradevolezza e la puerilità di conflitti basati su elementi tutto sommato inconsistenti.

Ancora una volta il Maestro Luigi De Filippo si dimostra poeta delle piccole cose, dei sentimenti quotidiani, delle sottili nostalgie, dei rimpianti appena accennati. Nella scena tenera e buffa in cui i due vecchi coniugi si incontrano nottetempo in pudica camicia da notte ottocentesca riesce a rappresentare in modo toccante la consuetudine dei corpi, il disagio organico e mentale di una pur brevissima lontananza. Ma è nel rievocare l’antica, irrealizzata possibilità di vivere la passione per un’altra donna che suscita nello spettatore un dolore acuto, empatico. E’ in quel momento che il maestro rende percepibile lo shurhùq caldo e umido proveniente da Zante (l’isola dalle “limpide nubi”), l’estate dannunziana “che odora di àliga di resina e di alloro”, che “prolunga su gli oleandri la luce del tramonto”. La vicinanza della donna così intensamente desiderata e profumata di gelsomino (nel giardino dove fragranze stordenti portate dal vento, suoni liquidi, creature notturne, fremiti indefiniti dischiudono sorrisi di mezz’estate) fa vacillare per un attimo Salvatore. La Signora resterà un orizzonte lontano, non ci sarà alcuna partenza per terre ignote, per sensazioni estreme. Però di quella notte, di quell’odore di gelsomino, verrà protetta la persistenza mnemonica, con pacatezza, con la giusta distanza, e forse con un piccolo, inafferrabile dolore.

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