Re Lear

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fototraduzione e adattamento Michele Placido e Marica Gungui

con Michele Placido nel ruolo di Re Lear, Gigi Angelillo nel ruolo del Conte di Gloucester

e con Margherita Di Rauso, Federica Vincenti, Francesco Bonomo, Francesco Biscione, Giuseppe Bisogno, Giulio Forges Davanzati, Brenno Placido, Alessandro Parise, Peppe Bisogno, Giorgio Regali, Riccardo Morgante, Gerardo D’Angelo

scenografia Carmelo Giammello – musiche originali Luca D’Alberto

costumi Daniele Gelsi – aiuto regia Andrea Ricciardi

produzione Ercole Palmieri per Ghione Produzioni e Goldenart Production  in collaborazione con Estate Veronese

regia Michele Placido e Francesco Manetti

Uno spettacolo molto atteso, diretto e interpretato da uno dei protagonisti della scena italiana più noto al grande pubblico: Michele Placido sarà Re Lear in scena al Teatro Duse dal 18 al 20 gennaio. Questa immortale tragedia è un’amara riflessione sulla condizione umana: l’amore e il dovere, il potere e la perdita, il bene e il male, il crollo di tutte le certezze.

Scritta da Shakespeare nel 1605 dopo l’incoronazione di Giacomo I, il re che unificò l’Inghilterra, Re Lear è un’opera proprio sull’unità del regno e la sua disgregazione, è la tragedia della modernità imminente, del mondo che inizia a essere governato da leggi e norme etiche.

Il viaggio complesso nella traduzione e nell’adattamento del testo inglese compiuto dallo stesso Michele Placido con Marica Gungui ha portato a un risultato strabiliante. Placido, dopo numerose interpretazioni dei principali personaggi shakespeariani con maestri come Bellocchio, Strehler, Patroni Griffi, per la prima volta firma anche la regia.

Il mondo messo in scena nel Re Lear di Placido è un mondo in preda al disordine, determinato dalla sconsiderata decisione del re di dividere il suo regno tra le due figlie Goneril (Margherita Di Rauso) e Regan (Lidia Gennari), avide lusingatrici, escludendo Cordelia (Federica Vincenti) figlia sincera ma per nulla adulatrice. Una decisione che causerà la pazzia del re riflettendosi in quel disordine sociale che scardina il mondo aumentandone la dissolutezza, desolazione e distruzione. In parallelo c’è Gloucester, interpretato da Gigi Angelillo, tradito da un figlio e salvato dall’altro, vittima della propria credulità, il Fool, interpretato dal giovane Brenno Placido, saggia voce della coscienza del re e Edgar, asse portante di tutta la vicenda, grande prova d’attore di Francesco Bonomo, contrapposto al fratello Edmund, interpretato da Giorgio Forges Davanzati. La scenografia di impianto moderno e suggestivo è di Carmelo Giammello, la drammaturgia musicale, ispirata a Leonard Cohen e Jeff Buckley, è realizzata da Luca D’Alberto, i costumi unici nel loro genere di Daniele Gelsi.

 

RE LEAR FOTOGRAFATO mostra fotografica di Filippo Venturi nel bar del Teatro Duse

Fino al 20 gennaio il bar del teatro Teatro Duse di Bologna ospita una selezione di fotografie dell’artista cesenate Filippo Venturi: il reportage è stato realizzato il 5 agosto presso l’Arena Plautina di Sarsina (FC), durante il Plautus Festival 2012, in occasione dello spettacolo Re Lear di econ Michele Placido.

19 fotografie, dal backstage alla scena, per raccontare i preparativi, la concentrazione e i silenzi che precedono lo spettacolo e che permettono agli attori di immergersi nella tragedia.

Venerdì 18 gennaio alle ore 18,00 presso la Biblioteca San Genesio della Fondazione Casa Lyda Borelli (Via Saragozza, 236) INCONTRO CON Michele Placido che converserà con gli Ospiti della Casa e con il pubblico durante un incontro che sarà introdotto da Lamberto Trezzini, Presidente di Casa Lyda Borelli, e condotto dal  giornalista e critico teatrale Massimo Marino. Incontro gratuito aperto a tutti.

Prezzi (comprensivi di d.p.): Platea 29 € – I Galleria 24 € – II Galleria 19 € (sono previste riduzioni)

Prevendite disponibili presso la biglietteria del teatro (da martedì al sabato dalle 15 alle 19) e nei punti prevendita Vivaticket.

Biglietteria e informazioni: Via Cartoleria, 42 | tel. 051 231836 | www.teatrodusebologna.it

  

“Ho voluto uno spazio con memorie di secoli, con macerie e tracce di volti carismatici di più storie e culture, dai Kennedy a Bin Laden, da Hitler a Mussolini, da Presley alla Monroe, a Pasolini. E l’orizzonte è attraversato da più musiche, più suoni delle guerre umane: nella tempesta e nella pazzia di Lear ho inserito le urla, gli appelli disperati in inglese delle tragiche vittime del crollo delle Torri Gemelle”. Michele Placido

 

NOTE DI REGIAMichele Placido, Francesco Manetti

Ho frequentato Shakespeare nei più teneri anni dell’adolescenza, improvvisando rappresentazioni notturne  per i miei compagni  paesani (ricordo un “essere o non essere” finito con un gavettone d’acqua), iniziai la mia carriera proprio come attore nel  ruolo del “muro” nel “Sogno di una notte di mezza estate” con la regia di Orazio Costa; ho poi interpretato il bastardo nel “Re Giovanni” con la regia di Fortunato Simone, Calibano ne “La Tempesta” con la regia di Sthreler, Petruccio ne “La Bisbetica Domata” con la regia di Dall’Aglio, MacBeth e Otello con la regia di Bellocchio e Calenda. Solo l’assidua frequentazione del mondo di Shakepeare in questi anni tormentati della nostra storia mi ha dato coraggio nel proseguire il cammino senza sorprendermi dell’orrore che noi uomini siamo capaci di scatenare.

Re Lear esplora la natura stessa dell’esistenza umana: l’amore e il dovere, il potere e la perdita, il bene e il male, racconta della fine di un mondo, il crollo di tutte le certezze di un’epoca, lo sgomento dell’essere umano di fronte all’imperscrutabilità delle leggi dell’universo.

All’inizio del dramma Lear rinuncia al suo ruolo, consegna il suo regno nelle mani delle figlie, si spoglia dell’essere Re, pilastro e centro del mondo, per tornare uomo tra gli uomini, rifarsi bambino e in pace “gattonare verso la morte”. Come un bambino pretende l’amore, Lear esige in cambio della cessione del suo potere, che le figlie espongano in parole i loro sentimenti per lui. Ma Cordelia, la più piccola, sa che l’amore, il vero amore non ha parole e alla richiesta del padre può rispondere solo: “nulla, mio signore”. È questo equivoco, questo confondere l’amore con le parole, che, nel momento in cui le altre figlie si mostreranno per quello che sono, farà crollare Lear rendendolo pazzo. E con Lear è il mondo intero che va fuor di sesto, la natura scatenata e innocente riprende il suo dominio, riporta gli uomini al loro stato primordiale, nudi e impauriti, in balia di freddo e pioggia a lottare per la propria sopravvivenza, vermi della terra. È qui che può cominciare un crudele cammino d’iniziazione: resi folli o ciechi per non aver  saputo capire o vedere, Lear e il suo alter ego Gloucester, accompagnati da figli che si son fatti padri, giungeranno finalmente a capire e vedere.

Il palcoscenico in cui si muovono i nostri personaggi, è la distruzione del mondo. La storia di Lear è la storia dell’uomo, la storia di civiltà che si credono eterne ma che fondano il loro potere su resti di altri poteri, in un continuo girotondo di catastrofi e ricostruzioni, di macerie costruite su macerie.

Scene in sé così vive e potenti da farci tornare alla mente una composizione poetica del ‘500 dal forte simbolismo: “Corpus Christis Carol” dal quale trasuda un fremito religioso che attraversa anche il testo shakespeariano. Da questo canto, tramandato nei secoli e rinnovato nella meravigliosa interpretazione di Jeff Buckley, la cui vita grottesca e drammatica ci ricorda personaggi come Edgar e il Fool, partirà la composizione della drammaturgia musicale, realizzata da Luca D’Alberto, che fonderà i profili di Cordelia con il Fool, del Fool con Lear, di Edgar con Gloucester, attraverso soluzioni armoniche e graffi timbrici.

Che cosa ha dunque senso in questa tragedia? Quale speranza possiamo trarre? Forse solo la conoscenza di che cosa sia l’uomo di fronte all’universo, raggiunta attraverso un percorso di spoliazione in cui l’amore e la solidarietà si mostrano nella loro essenza terribilmente umana. Forse solo a questo, ad aiutare la creazione di questa consapevolezza, mira tutta l’opera di Shakespeare, a patto però che gli spettatori non dimentichino mai di trovarsi a teatro, che non cadano nell’illusione di un altro mondo, che sempre vedano il muro dietro la scena di cartone.

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