Spettri di Henrik Ibsen

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fotoDal 19 febbraio al 3 marzo lo Stabile di Bolzano porta in scena uno dei capolavori dell’Ottocento per la regia di Cristina Pezzoli.

Profondo, inquietante e rivoluzionario: tra i classici di fine Ottocento è certamente Spettri di Henrik Ibsen a sondare con maggiore perizia clinica i lati oscuri della borghesia benpensante, ad affondare con un testo tagliente nelle pieghe del suo conformismo di facciata. Come nei grandi miti della tragedia greca nel capolavoro del drammaturgo norvegese messo in scena per la prima volta nel 1883 all’Aurora Turner Hall di Chicago, si mescolano follia, colpe irrisolte, incesto e verità terribili dopo anni di menzogna. La vicenda della vedova Alving, del pastore Manders, del falegname Engstrand e dei due giovani Osvald e Regine, si svolge in un’allucinata campagna norvegese, resa grigia e stagnante da una pioggia battente, che finisce per rispecchiarsi nell’animo dei personaggi. Un luogo in cui il sole e il calore arrivano inutilmente e sempre troppo tardi. “Mamma, dai me al sole” grida Osvald a Helene Alving in una delle battute più celebri del teatro moderno.

I legami sentimentali e carnali in cui si dibattono i protagonisti, sono il motore di questo spettacolo che fonde gli splendori della tragedia classica alle concezioni moderne più alte e più ardite del teatro psicologico e del dramma di idee. Una denuncia coraggiosa che fece bandire la piéce per molti anni dai palcoscenici norvegesi. A dare nuova linfa a questo testo che ha radicalmente cambiato la prospettiva del teatro europeo del diciannovesimo secolo, è una regista rigorosa e profonda come Cristina Pezzoli, che per il Teatro Stabile di Bolzano ha firmato spettacoli di successo come “Di buona famiglia” di Isabella Bossi Fedrigotti e “Precarie età” di Maurizio Donadoni. Nella nuova traduzione di Franco Perrelli elaborata drammaturgicamente da Letizia Russo, due generazioni di attori dialogano per la prima volta insieme per dare voce e corpo ai legami claustrofobici e tormentati che si intersecano fatalmente vicino al grande fiordo della Norvegia occidentale: Patrizia Milani interpreta Helene Alving, Carlo Simoni il pastore Manders, Alvise Battain è il falegname Engstrand, mentre Fausto Paravidino, uno dei talenti più interessanti della nuova scena italiana, veste i panni di Osvald Alving e Valentina Brusaferro quelli della giovane domestica Regine Engstrand.

Realtà e dimensione onirica, mistero e simbolismo sembrano fondersi sulla scena di questo dramma, in cui gli spettri del dissoluto ministro Alving e della giovane cameriera Regine, aleggiano nelle vite tormentate di Helene e Osvald, riemergendo proprio nel momento in cui sembravano essere scomparsi definitivamente. Le scene e le luci di Giacomo Andrico, le proiezioni di Mario Flandoli e i costumi di Rosanna Monti evidenziano il carattere intimo e allo stesso tempo epico del dramma di Ibsen, che scava a fondo nella psiche umana, facendo emergere in tutta la loro prepotenza i fantasmi più profondi che si celano nell’anima di ogni individuo e che sembrano marchiare indelebilmente il destino di ognuno.

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