Oreste

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fotoda Euripide

di Marco Bellocchio

regia Filippo Gili

drammaturgia Marco Bellocchio e Filippo Gili

con Pier Giorgio Bellocchio, Massimiliano Benvenuto, Katia Gargano, Filippo Gili, Liliana Massari, Rossana Mortara, Vanessa Scalera, Gianni Schicchi

scenografia Roberto Rabaglino

costumi Daria Calvelli

disegno luci Giuseppe Filipponio

fonica Jacopo Valentini

produzione esecutiva Paola Pedrazzini

produzione Associazione Marco Bellocchio, Festival di Teatro Antico di Veleia

Marco Bellocchio fa i conti con l’Oreste di Euripide: il mito antico della tragedia euripidea si confronta  e si (con)fonde con il mito moderno de “I pugni in tasca”. 

Lo spettacolo nasce da uno studio presentato la scorsa estate al Festival del Teatro Antico di Veleia, da un’idea di Marco Bellocchio.

Protagonista nel doppio e difficilissimo ruolo di Oreste/Ale è Pier Giorgio Bellocchio, già apprezzato interprete nella versione teatrale de “I pugni in tasca” dello scorso anno e nel recente “A porte chiuse” di Jean Paul Sartre, regia e traduzione di Filippo Gili.

Argo 1200 avanti cristo e una piccola città di provincia ai nostri giorni. Due matricidi dialogano a distanza di 2500 anni. Oreste e Elettra in attesa di giudizio, sono affamati, stanchi… Dalle mura della città esce la madre, Clitennestra, già uccisa dai due figli, ma sotto le sue vesti si nasconde la madre di Ale. Oreste e Ale sono inizio e fine dello stesso Mito. L’attacco paranoide del fratello di Elettra è puntuale come gli insulti epilettici che Ale, il fratello di Giulia subisce dopo ogni assassinio. Nel Mito antico Oreste trova la salvezza grazie agli dei, al perdono di Pallade; nel Mito tutto moderno de I pugni in tasca, invece, non ci sono dei a salvare Ale. Marco Bellocchio colloca il suo antieroe, sconfitto dalla storia e dal suo individualismo adolescenziale, in una classicità che non ha tempo.

Si può essere fratelli nello spazio. Ma si può essere fratelli anche nel tempo. Fra discendenza e confluenza. Pugni in tasca e Oreste non sono certamente coevi: ma coeva è la splendida disgrazia che incombe l’uno sopra, l’altro, sembra, sotto. Come se un pavimento lungo 2500 anni separasse il condominio dei due.

L’abbiamo portato in scena come esperimento l’estate scorsa. Ora l’incontro di qualche mese fa fra due opere diventa integrale. Il coro, nell’esperimento degli inizi solo uccelli, diventano due zitelle di provincia; l’autorità prende il volto di Tindareo, prima omesso. Clitennestra resta luminosa e tronfia, ma entra in scena l’altro figlio di Bellocchio, quel Leone protesi di un dominio che fa dire a un uomo dalle ruote sgonfie “chi ha mamma non trema”. Come due matrioske, ora, si interpolano i silenzi e le grida di una bocca con due teste: e il matricidio de ‘I pugni in tasca’ diventa l’ultimo cerchio nel lago del sassolino gettato da Elettra e Oreste, una eco che lega il bianco e nero di una Bobbio neo-consumista, col rosso sangue che tinge tutta una Tebe ritornata dalla guerra. A far da sfondo a tutto, Oreste ed Ale, due enormi disgraziati rimasti in vita per duemila e cinquecento anni, eternamente giovani e colpiti dal bisogno di scansare epoche che non si muovono, e di distinguersi da quell’anelito eterno-puerperale che da sempre lancia, allunga, estende, nella voce di una madre, solo una volontà di potenza, solo il culto di un dominio. E nel nascere del matricidio per mano di Elettra e del fratello, nell’albore della psicosi di un ragazzo che scaglia frecce inesistenti, viene accolta la nevrosi di due giovincelli cui un matricidio, l’iniziazione erotica ed un twist, non bastano ad annullare il volto, la voce, la tragica bellezza di una madre che non conosce notte. Questo è il senso che fonde, in questa versione definitiva, le due opere: non un’agnizione, non il ritrovarsi in un abbraccio di fratelli, non la quadratura di una verità che può sentire sul groppone ogni epoca, ogni tempo: ma il terribile sviluppo con cui Bellocchio nega il transeat salvifico di Euripide, e ci dice come a conti fatti, dopo quasi tre millenni di esperienza, l’epilessia, il panico, l’isteria di un figlio, tolta la sua ‘premurosa’, materna causa, non scansa, non scoglie, non dribbla, la sua mortale conclusione. Nella reggia del Mito, le Erinni rimangono a secco; nella casa di Psiche, no. (Filippo Gili – Note di regia)

 

Botteghino:

dal martedi’ al venerdi’ dalle 9 alle 21.30 orario continuato

lunedi’ dalle 9 alle 18,00

sabato dalle 16 alle 21,30

domenica dalle 16

Teatro Vascello

Via Giacinto Carini 78 – Zona: Monteverde ROMA

biglietti: intero 20,00 euro, ridotto 15,00 euro, ridottissimo 12,00 euro studenti, promozioni gruppi di almeno 10 persone

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