La Sylphide di Letizia e Alessandro

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fotoLa Sylphide è un piccolo grande capolavoro. Il primo ballet blanc che ha segnato l’inizio della letteratura coreutica romantica grazie alla versione parigina di Filippo Taglioni del 1832 e a quella danese di Auguste Bournonville del 1836 su musica di Herman Severin Løvenskjold.

Un balletto che, specie nella realizzazione di Bournonville, non ha mai smesso di essere messo in scena e tuttora rappresenta un fiore all’occhiello per le stagioni di danza dei più importanti teatri del mondo fra cui il Teatro Comunale di Firenze che lo ha presentato con il suo MaggioDanza e la direzione d’orchestra di David Garforth. Un’occasione per vedere ancora una volta l’impalpabilità ed evanescenza della Silfide, grazioso spiritello femminile dei boschi, e il tormento dell’anima di James che, alla vigilia del matrimonio, lascia la fidanzata Effie per inseguire il suo ‘genio’ alato nel celebre “atto bianco”.

Una storia romanica che termina, come da copione, con la morte della Silfide proprio per mano di chi, pur amandola, ha voluto legarla a sé per sempre con un sortilegio. Una sciarpa confezionata dalla strega malefica Madge che si vendica di James per l’affronto subito pubblicamente donandogli un velo con il quale catturerà l’essere soprannaturale. Purtroppo sarà un abbraccio fatale, la Silfide perderà le ali e morirà lasciando il giovane al suo dolore mentre le Silfidi portano via la loro compagna e in lontananza si celebra la festa di nozze di Effie con Gurn, amico e rivale di James.

Balletto intriso di spiritualità romanica anche per l’ambientazione medievale scozzese, La Sylphide è il simbolo dello streben, ovvero dell’ansia di rincorrere i propri desideri, e del sehnsucht, il “male del desiderio” che costringe James a vivere in perenne conflitto con la realtà borghese, rappresentata dalle certezze matrimoniali con Effie, e il sogno incarnato dalla Silfide. Uno stato d’animo très romantique ma al tempo stesso moderno che coinvolge gli spettatori e fa sentire così vicini i palpiti del giovane nel tentativo di realizzare il suo irrealizzabile sogno d’amore e di vita.

Nella Sylphide ‘fiorentina’, caratterizzata da un allestimento sobrio ma curato nei particolari con tanto di camino dove la Silfide appare e scompare, le grandi vetrate della casa di James del primo atto, e il bosco lunare del secondo, quello che colpisce di più è la resa del cosiddetto stile bournonville da parte dei protagonisti Letizia Giuliani e Alessandro Riga e l’impegno mostrato da MaggioDanza. Una compagnia rinnovata per la presenza, accanto ai ballerini ‘storici’, primo fra tutti Leone Barilli nella parte en travesti di un’indiavolata Madge, di giovani aggiunti che hanno dato il meglio di sé nell’interpretare un ballet d’action che necessita di un’indubbia sensibilità e di una notevole tecnica classica.

E proprio a questo riguardo un plauso particolare merita Letizia Giuliani che fin dalla prima apparizione, mentre James dorme adagiato nella poltrona davanti al fuoco, rende benissimo l’immaterialità dello stile aèrien controllando sapientemente gli epaulements, le braccia en couronne o incrociate davanti al petto a dispetto della velocità e leggerezza del lavoro di gambe e piedi nei balances in pointe o demi-pointe, negli arabesques, nei veloci piqués, nei reiterati piqués in arabesques, nei sissonnes, nelle brillanti petite batterie. Tutti virtuosismi espressione di una evidente preparazione ma anche di una squisita sensibilità di artista che le fa onore. Quello stesso onore che vale anche per Alessandro Riga, un James sorprendente negli strabilianti grands jetés, nelle formidabili grands batteries, nei taglienti brisés volés, tutti frutto di un invidiabile ballon ma anche di una naturale eleganza e, anche per lui, di una squisita sensibilità di ballerino. Due sensibilità che si sono felicemente incontrate nel primo atto e perfettamente ‘sposate’ nel candore del secondo dando vita ad un intenso pas de deux.

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