Giovanna D’Arco, un’opera rara per il bicentenario verdiano

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Foto Lab.Fotografia © Fondazione Paolo Grassi
Foto Lab.Fotografia © Fondazione Paolo Grassi

Martina Franca, Palazzo Ducale, XXXIX Festival della Valle d’Itria

(recita del 31 luglio 2013)

Complice della regia il vento

 

L’alternanza di tempi, di colori e di sonorità è la sigla di un’opera  giovanile di Verdi, raramente rappresentata, Giovanna D’Arco, dramma lirico in un prologo e tre atti, composta da Verdi nel 1845 su libretto di Temistocle Solera, che porta in scena la vita avventurosa della Pulzella d’Orléans, con finale diverso da quello noto: come nel dramma di Friedrich von Schiller “Die Jungfrau von Orleans”, Giovanna muore in battaglia e non sul rogo. L’opera debuttò con successo alla Scala di Milano nel febbraio dello stesso anno, poi scomparve.

Opera visionaria in un clima ossianico-romantico con personaggi foschi o in preda ad allucinazioni (un padre oppressivo e fanatico che si mette contro la figlia, una figlia che sente i richiami del cielo e degli inferi e si sente investita del sacro onere di salvare il suo popolo dagli oppressori), con una protagonista che non muore sul rogo, ma cade in battaglia, poi all’improvviso riapre gli occhi, si solleva, prende dalle mani di Carlo le insegne dei Francesi e si trasfigura tra una luce celeste.

La grande Orchestra Internazionale d’Italia, diretta da Riccardo Frizza riesce ad esprimere sia il vigore dello spirito risorgimentale che il soave romanticismo di alcune pagine dai richiami pastorali.

Il delicato andamento iniziale del prologo (forse scritto in una notte di tempesta nella gola del Furlo, nelle Marche) coi fiati molto scoperti (lunghi assolo di clarini, oboi, ottavino e flauto) che si alternano coi fremiti dei violini e delle viole e i pizzicati dei violoncelli dalla voce calda, si apre ad  uno strumentale ora morbido, ora denso, che sfocia in un finale esultante e solenne.

L’opera totalmente corale con qualche quadretto d’intimità presenta una musica morbida e di gradevole ascolto, il tutto lontano dallo spirito delle più note opere verdiane. Le voci acute dei fiati tornano spesso nella presentazione dei personaggi: picchi acuti del flauto e dell’ottavino introducono un coro aggressivo, i ghigni dell’ottavino sovrastano le note inquietanti al comparir di Giacomo, una musica morbida e delicata sostiene la preghiera di Giovanna alla Vergine.

Giovanna d’Arco è un’opera di belcanto e sul versante canoro richiede spessore, duttilità ed equilibrio vocale.

Il soprano d’agilità Jessica Pratt nel ruolo protagonista di Giovanna è più una donna angelicata che una vera pulzella passionaria e battagliera: la gestualità è controllata, la voce di timbro bellissimo e melodioso è usata nel rispetto delle regole del belcanto: attacchi morbidi, slanci luminosi, sovracuti penetranti, acuti in pianissimo poi rinforzati, sonorità del fil di voce e dei lunghissimi soavi filati, agilità e tempi serrati nei virtuosismi delle cabalette. Con voce pulitissima, gestita da vera belcantista, la Pratt ha ciò che la partitura richiede; dolcezza di cavata, abbandono elegiaco, nobiltà d’accento, fluidità di fiorettatura, come diceva Celletti; purtroppo all’aperto e con un vento insidioso alcuni suoni centrali si perdono, ma gli acuti sfavillano.
Carlo VII  è interpretato dal tenore Jean-François Borras con piglio eroico e padronanza del palcoscenico. Il tenore ha un bel corpo vocale che gestisce con buona tecnica: appoggi corposi, slanci acuti sicuri e pieni, suoni in maschera tenuti e incisivi in acuto, uso della messa di voce per ammorbidire e ampliare i suoni.

Il baritono coreano Julian Kim presta autorevolezza scenica e imponenza vocale ad un personaggio fosco, come è Giacomo, padre di Giovanna, introdotto da ghigni mefistofelici e arcate inquietanti in orchestra e accompagnato dalle tinte cupe del Grande Inquisitore nel duetto con la figlia per sapere se ha ancora intatta la sua verginità. Dotato di ottima tecnica vocale, emerge per la bellezza del timbro, la nobiltà del fraseggio e del porgere, la lunghezza e l’ampiezza del fiato, il sostegno e la tenuta del suono, la morbidezza del canto che è sempre sul fiato nelle maestose arcate melodiche. Dovrebbe migliorare la dizione e irrobustire i suoni gravi per cantare all’aperto e col vento.

Buona la vocalità del basso Emanuele Cordaro (Talbot supremo comandante degli Inglesi) che esibisce bel colore e buon peso.
Roberto Cervellera (Delil) è un tenore leggero con buona dizione.
Coprotagonista è il coro sempre presente in palcoscenico, il classico coro verdiano velato di tristezza, che chiude ogni scena. Il bravo Coro del Teatro Petruzzelli di Bari preparato da Franco Sebastiani, si distingue per pienezza del suono, perfetta aderenza alle scansioni ritmiche e al canto sillabato, buon dosaggio del fiato, suoni ora morbidi ora spiegati. Il coro è anche un elemento scenico di rilievo, usato dal regista come supporto decorativo o di contrasto cromatico.

L’allestimento, fatto di pochi elementi ma di molte idee, mira più all’effetto che alla concretezza, nel senso che non è chiara la definizione degli ambienti ma sono suggestive le scelte registiche e i giochi cromatici delle luci, resi ancor più vividi e dinamici dal vento. Bellissima la scena iniziale dei coristi neri con grandi bandiere azzurre mosse e gonfiate dal vento, che rende spasmodico lo sventolio delle fronde della quercia, fatte con lunghe strisce di stoffa, colorate di rosso nel momento della morte di Giovanna e di bianco per la redenzione; originale il fluttuare di drappi neri e di drappi bianchi per celare e far comparire gli spiriti maligni e gli spiriti buoni, significativa la presenza incombente del padre incappucciato; di forte contrasto figurativo e cromatico la raffigurazione del sogno di Giovanna, dove spiriti malvagi dalla faccia tatuata di nero, ondeggiando su una musica danzante cantata dal coro, la spingono a godersi la vita, quasi la stuprano, mentre un coro di anime beate, velate di bianco, fugano i demoni e la esortano a farsi salvatrice della patria e a mantenersi pura.

La scenografia si avvale della parete bianca del Palazzo ducale alla quale è appoggiata una struttura lineare con tre porte, praticabile in alto. La simbologia gioca sui quattro colori (azzurro, rosso, nero e bianco per la Francia, il sangue, il male e il bene)

Regia e progetto scenico di Fabio Ceresa, costumi di Massimo Carlotto, disegno luci di Giuseppe Calabrò, movimenti coreografici di Luciana Fumarola.

 

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