“L’amore è un cane blu” scritto da Paolo Rossi con Stefano Dongetti e Alessandro Mizzi in collaborazione con Riccardo Piferi

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fotoL’amore è un cane blu” l’ultima fatica di Paolo Rossi si può definire uno spettacolo piacevolmente caotico e surrealista percorso da una sottile e corrosiva (apparente) demenzialità che toglie ossigeno alla banalità e al luogo comune. Uno spettacolo che dà spazio alla poesia, al paradosso, all’illusione, all’invenzione. Il grande affabulatore racconta una storia (fondamentalmente autobiografica) dove si confondono passato e presente, fra finzione e realtà, fra vuoti di memoria e ricordi affettuosi e divertenti di vecchi amici (Enzo Jannacci). Prima di entrare nel personaggio Rossi avverte il pubblico che la performance che sta per avere inizio sarà una sorta di work in progress finalizzato alla realizzazione di un film “Western carsico” che racconti una «storia d’amore e d’anarchia». Il racconto che ha per protagonista un comico che si smarrisce nelle doline del carso dove la magia della finzione lo porterà ad affrontare pericoli e insidie per poter scendere nell’Ade a riprendersi la futura moglie Ausenda (come si vedrà “strumentalmente” defunta). Al di là del mito di Alcesti e Admeto, a quello di Orfeo ed Euridice, e alla leggenda carsica di un cane blu inseguito dalla Bora che lo ama, il novello Odisseo, si fa metafora dell’uomo contemporaneo coscientemente soggetto all’ipocrisia, al conformismo, al perbenismo. Un uomo senza amore (l’amore è il cane blu che non esiste) e senza passione che è parte consapevole di questa società corrotta e finanziarizzata dove viene sempre premiato il comportamento ancillare.

Paolo Rossi usa l’arma dell’ironia e del sarcasmo per dissacrare e sbeffeggiare gli gnomi che calcano le scene della politica e affabula, a modo suo, con richiami alla cronaca e all’attualità politica. Le gags sono irresistibili grazie anche alle ampie tonalità vocali, alla gestualità giullaresca, gli occhi spiritati, le buffe contorsioni e un sorriso complice e accattivante.

Rossi definisce “onirico” questo spettacolo, visionario e surreale. “La chiave di lettura che mi è più congeniale – dichiarava Rossi qualche anno fa – è …il delirio”. Lo spettacolo è ricco di riflessioni amare, di giudizi taglienti e impietosi che, a volte, non appaiono tali grazie all’ironia e all’umorismo di cui sono imbellettati. Bravissimo Rossi nel catturare, per due ore, l’attenzione vigile e reattiva degli spettatori i quali, a loro volta, lo ripagano con risate e applausi frequenti e convinti. Bisogna riconoscere che l’attore condivide il successo con “I Virtuosi del Carso”  un complesso orchestrale dagli stilemi balcanici che si esibisce in sonorità western (quella che Rossi definisce western carsico). Una band fantastica composta da valenti strumentisti, dal maestro Emanuele Dell’Aquila, da Alex Orciari, Stefan Bembi, Denis Beganovic, Mariaberta Blaškovic, David Morgani.

 

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