Hedda Gabler di Henrik Ibsen

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fotoLa storia in breve:

Hedda donna apparentemente sicura di sé, altera e cinica, ritorna dal suo viaggio di nozze con Joergn Tesman, che ha sposato per puro interesse. La casa si trasforma presto in un ring dove Edda si scontra con la vecchia zia molto amata da Joegn e con il marito si moltiplicano le incomprensioni e le insoddisfazioni. L’arrivo poi del giovane scrittore Ejlert Loevborg (un tempo da lei molto amato), con Thea, sua attuale amante e ispiratrice libera in lei la magmatica esplosione di frustrazioni e sentimenti repressi. Nel finale Hedda sopraffatta dall’angoscia e dalla gelosia tenta invano di spingere Loevborg al suicidio, prima di porre fine essa stessa alla propria esistenza davanti al ritratto del padre.

I personaggi, fortemente caratterizzati, giocano su una corda molto tesa, al limite della rottura, navigano in un mare oscuro vittime di una passione piena che conduce alla distruzione di se stessi. Ibsen li muove in un gioco di luce e ombre, di ragione e di follia in un manicheismo freudiano ante litteram. I personaggi vivono nell’illusione di realizzare una volta nella vita un sogno, un’idea assillante che ne condiziona l’esistenza. Sono personaggi in preda alla contraddizione tra le loro capacità e le loro ambizioni, tra la inconsapevole finzione e la realtà.

La vita di questi personaggi è il paradigma di una condizione esistenziale diffusa ieri come oggi, si dibatte fra ricordi dolorosi di un passato ormai lontano e una realtà che affoga nella solitudine, aggravata dall’alienante autoinganno di credere, di progettare, di sperare. E’ una piéce ricca di allusioni che sfumano il segno naturalistico in un accentuato interesse per simboli e visioni.

Hedda è un mostro di velleitarismo estetizzante soffre morbosamente la morte del ricco padre il cui ritratto ha, durante tutta la vicenda, una valenza immanente, Joergn Tesman è un marito mediocre incapace di comprendere le frustrazioni della moglie e addirittura la sua celata incipiente maternità. E’ un professorino, piccolo borghese noioso, ma fondamentalmente onesto. Lovborg,è un giovane scrittore tutto “genio e sregolatezza”, l’assessore Brack è un personaggio libertino e ipocrita.

È forse il più enigmatico dei drammi di Ibsen ambientato in quel pendolo della vita che oscilla fra la noia e l’angoscia. Hedda è una donna dalle ambigue sfumature, una figura ammaliante, scostante, fredda, intransigente, altera e nello stesso tempo fragile.

Merito del regista Antonio Calenda è di essere riuscito e resistere alla libido del cambiamento. Oggi infatti è considerato un limite attenersi filologicamente al testo che, nel nostro caso, non ha bisogno di essere attualizzato tanto è palesemente attuale. Anche lo spettatore più impreparato vive intensamente le inquietudini della protagonista, quella sua voglia di spezzare le catene in cui l’ipocrisia sociale l’ha costretta, quell’incapacità di liberare il groviglio di istinti repressi che la condiziona, di dare una sterzata alla propria vita e quel desiderio di libertà che in certi casi rasenta una sorta di decadentismo dannunziano. Hedda, angosciata dal dubbio e dalla passione che la distrugge lentamente è carnefice e vittima. I dialoghi incalzanti trasformano la scena in un’arena dove i personaggi si misurano in un gioco senza fine.

Il vigore di questo capolavoro drammaturgico è accompagnato da una classica semplicità di azioni. La vicenda è raccontata da Ibsen/Antonio Calenda con una scrittura veloce, un ritmo teatrale equilibrato e una profonda analisi psicologica dei personaggi

Manuela Mandracchia è entrata nel personaggio in modo perfetto. Ha dato risalto alle tante sfaccettature della personalità di Hedda senza cedere alla tentazione di un facile istrionismo. Bravissima! Ottima anche la prova di Federica Rosellini nella parte di Thea. Jacopo Venturiero interpreta con garbo e precisione il personaggio di Tesman, Luciano Roman è un ottimo assessore Brack, Massimo Nicolini un enigmatico Loeborg, Simonetta Cartia la candida zia e Laura Piazza cameriera/coreuta.

Funzionali nella loro essenzialità le scene di Pier Paolo Bisleri che prevedono due ambienti sul palcoscenico separati da uno schermo reticolato che sfuma le immagini.

Accrescono il tasso emozionale le belle musiche suonate al pianoforte di Germano Mazzocchetti, il servizio luci di Nino Napoletano e i costumi di Carla Teti.

 

 

 

 

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