L’Arlesiana di Francesco Cilea

0
362
Condividi TeatriOnline sui Social Network

 

Foto Binci © Teatro Pergolesi di Jesi
Foto Binci © Teatro Pergolesi di Jesi

Libretto di Leopoldo Marenco dal dramma L’Arlesienne di Alphonse Daudet

Nuovo allestimento in coproduzione con Wexford Festival Opera, dove Rosetta Cucchi ha lavorato per anni.

(29 settembre 2013)

 

La musica, cupa e lenta nell’Ouverture, è un alternarsi di suoni laceranti, linee morbide, momenti solari. L’Orchestra Filarmonica Marchigiana, diretta da Francesco Cilluffo, è ricca di colori e di ricami strumentali, ma anche di sonorità forti che a volte coprono le voci, dovrebbe calibrare il volume. Nell’opera dalla linea narrativa e non melodica si respira un clima mascagnano, c’è violenza in orchestra e nelle voci tirate al massimo fino al grido e spesso in gara tra di loro, ma si nota anche la raffinatezza della preparazione musicale di Cilea.

Nelle effusioni d’amore tra Federico e Vivetta c’è una tensione continua nelle voci, nei dialoghi tra Rosa e Vivetta c’è violenza sia nel canto che nel gesto.

Annunziata Vestri, un mezzosoprano dalla voce corposa ed estesa, robusta, resistente e di bel colore in tutta la gamma, è in grado di esprimere tutta la drammaticità di Rosa Mamai, un personaggio che si avvicina nel carattere e nell’aspetto austero a Mamma Lucia di Cavalleria Rusticana. Inginocchiata accanto ad una carrozzina bianca, canta “Esser madre è un inferno”, un grande monologo che non ha una linea melodica orecchiabile, con voce screziata, magnifica in tutti i registri, un accento drammatico intensissimo, un colore denso e penetrante; ottimi i cambi di registro. Bravissima.

 

Foto Binci © Teatro Pergolesi di Jesi
Foto Binci © Teatro Pergolesi di Jesi

Anche il tenore spinto Dmitry Golovnin (Federico) ha una bella gettata di voce, piuttosto chiara e a volte un po’ aspra, ma con fiati lunghissimi sempre in maschera, accento incisivo, suoni sostenuti e canto sul fiato. Nella solita storia del pastore introdotta da un’orchestra sommessa, l’attacco de “Il povero ragazzo” è morbido; il tenore, pur cantando disteso sopra un tavolo, tiene un’intensità d’accento fin quasi al singhiozzo, un’emissione morbida, suoni lunghi e puliti (“Anch’io vorrei”). Il canto è più vigoroso che patetico, la voce robusta è ben gestita nelle dinamiche ma senza languore.

Mariangela Sicilia (Vivetta) è un soprano squillante di bel timbro, che fa buon uso del fiato, sostenendo il suono, usando le mezze voci e la messa di voce, producendo bei filati, la voce sa essere sia armoniosa che tagliente, il canto diventa lacerante quando Federico la respinge dicendole che non l’amerà mai. Canta benissimo.

Stefano Antonucci presta una bella voce scura di baritono al vecchio pastore Baldassarre, il sostegno del fiato nelle arcate melodiche e la naturalezza delle espansioni acute mettono in evidenza l’ampiezza del mezzo vocale e la buona tecnica del cantante.

Metifio guardiano di cavalli è Valeriu Caradja, baritono con voce rotonda ampissima, ma spesso coperta dall’orchestra; Marco fratello di Rosa è Cristian Saitta, basso corposo e roboante; l’Innocente è Riccardo Angelo Strano, controtenore acuto con vocina aggraziata.

Il Coro Lirico Marchigiano V. Bellini, preparato dal Maestro Carlo Morganti, è sempre fuori scena, nel terzo atto le femmine con lunghi capelli rossi ricci, vestite di grigio chiaro, passeggiano e cantano con morbidezza.

L’austerità si manifesta anche nei costumi di Claudia Pernigotti: Rosa Mamai porta uno scialle nero su abito grigio, capelli tirati raccolti sulla nuca, Vivetta indossa redingote e baschetto grigi, Metifio è tutto nero, Federico in bianco e nero.

Le luci, curate da Martin McLachlan, sono orientate sui personaggi e la scena è lasciata in penombra. Sì, perché la regia è puntata sui personaggi che vivono una realtà estranea.

 

Foto Binci © Teatro Pergolesi di Jesi
Foto Binci © Teatro Pergolesi di Jesi

La regista Rosetta Cucchi legge l’opera sotto la luce della psicanalisi, che cura le menti alienate scavando nella loro interiorità, esamina la realtà col filtro del passato. E qui di menti alienate ce ne sono: in primis l’Innocente, figlio ritardato di Rosa e fratello minore di Federico, poi Federico stesso ossessionato dal ricordo di una ragazza conosciuta ad Arles e tormentato dall’impossibilità di sposarla a causa della di lei cattiva fama, anche la ritrosia di Vivetta è piuttosto patologica, come la volontà di Metifio di rapire l’Arlesiana. I più sani sono il pastore Baldassarre che con la sua amorevolezza riesce a recuperare un barlume d’intelligenza nell’Innocente, lo zio Marco che asseconda il desiderio di felicità di Federico e Rosa Mamai che, provata dalla vita, tenta di dare buoni consigli al figlio Federico, ma che alla fine cade anche lei nella disperazione.

All’inizio di ogni atto la regista fa apparire un piccolo antro scuro che conduce alla realtà o al sogno o al passato o al luogo dei desideri, posti dietro un velatino trasparente, presenta l’Innocente come un cane frustato che si nasconde sotto il tavolo, sottolinea il progressivo deterioramento mentale di Federico, che nella terza parte con aria straniata e impedito nella deambulazione si presenta con una valigetta e accetta inerme le cure della madre, mentre il suo doppio compare in alto dentro una cella di manicomio, o forse è proprio lui quello in alto e il suo doppio è quello in basso, seduto senza forze. Boh! La regista ci lascia volutamente nell’enigma. Anche gli altri personaggi si muovono in base al loro carattere: pacato il pastore, irruente Metifio, possessiva Rosa Mamai, riservata Vivetta.

Sul davanti si svolgono le azioni quotidiane tra pochi arredi e con le scene suggestive di Sarah Bacon.

LEAVE A REPLY