Uccidete le madri (I Sette Peccati Capitali – Superbia)

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fotoscritto e diretto da CAMILLA CUPARO

con LUIGI IACUZIO

Produzione TTR – Il Teatro di Tato Russo

Durata dello spettacolo: 1 ora e 15 min

Lo spettacolo prende spunto da un fatto realmente accaduto in un paesino in provincia di Reggio Calabria.

Il figlio minore di un’umile, amata e rispettata famiglia del posto, Enzo, decide di “diventare capo” di una banda e di mettersi contro uno dei capi mafia del paese. Nonostante l’avvertimento alla famiglia, il ragazzo non abbandona la sua idea di scalata al potere e così viene così ucciso.

La madre, Lina, accecata dal dolore ma anche facendosi vincere dalla superbia (la Superbia è l’imitazione perversa di Dio), dopo un’ossessionante pressione, riuscirà a costringere il marito a vendicare l’offesa subita (o a farsi volontariamente ammazzare per tenere alto l’onore della famiglia?).

La conseguenza inevitabile sarà, appunto, la morte stessa dell’uomo.

Ma anche una lunga e meditata vendetta da parte della donna, che trascinerà nel vortice della sua ossessione anche la figlia Lisa e porterà il figlio maggiore, Vito, protagonista di questo monologo, a prendere una drammatica, estrema decisione…

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La difficoltà di “raccontare” la superbia come peccato stava (in questo spettacolo più che in quelli sui peccati capitali che lo hanno preceduto), nel dare forma, sostanza, visibilità ad un avvenimento che potesse rendere l’idea della superbia stessa, già di per se difficile da spiegare, anche nella sua forma più irrilevante (anche se i sinonimi, che pure lo fanno sembrare un sentimento meno spregevole, sono: arroganza, tracotanza, presunzione. Persino sfacciataggine. E chi, almeno una volta nella vita, non ha “peccato” di tali sentimenti?).

Ma se, come dice S. Agostino, La Superbia è l’imitazione perversa di Dio, allora l’ambiente mafioso è l’habitat ideale nel quale questo diabolico sentimento può covare indisturbato, crescere ed espandersi come un mortale virus. Ed è in questo ambiente che i personaggi di questa storia si muovono (su tutti domina una Madre che il dolore insopportabile ed un’onta inaccettabile hanno mutato dal profondo), meditano vendetta, si affiliano, attendono pazienti che il tempo trascorra per chiudere conti. E decidono, proprio come Dio, persino la sorte dei figli che verranno…

Ma questi personaggi non occupano la scena. E le innumerevoli tragedie si sono già susseguite, tutte. Resta l’epilogo… ed un uomo solo: Vito. Che racconta le conseguenze di un atto di superbia estrema attraverso le parole, il corpo, lo sguardo, il suo dolore. L’innocente. Il saggio Vito. Il coraggioso. Il figlio che decide di andare via… ma che si ritrova inseguito/investito dal sentimento della madre, Lina, che non è più solo vendetta. Si è trasformato, ingigantito. E’ diventato incontrollabile. Non prova pietà per l’umanità altrui. Non la riconosce.

Volutamente Lina, la donna che genera superbia, non ha un volto. E non ne ha Santino. Rispettivamente mandante ed esecutore dell’atto più vile, terribile tra tutti quelli che costituiscono la vicenda. Perché L’idea di guardare negli occhi il male avrebbe dato un diverso senso a tutta la costruzione emozionale del monologo. E, in più, volevo che a questo tipo di “male” ognuno desse sembianze a seconda della propria emotività…

Mi interessava, invece, la reazione emozionale dello spettatore nel guardare gli occhi di Vito, seguirlo nel suo racconto straziante, nel suo meditato contegno. Nella confessione dolorosa di quel gesto ultimo, disperato eppure necessario. Che sarà difficile da sopportare…

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L’idea di dedicare la mia arte, pittorica e teatrale, alla ricerca del senso del peccato capitale nella nostra epoca, nacque alla fine degli anni ’90. Il mio scopo era quello di indagare sul rapporto profondo tra esseri umani e tra esseri umani e Dio. E di farlo attraverso una testimonianza visibile, con una lungimiranza scaturita dall’attenta analisi degli eventi che sono accaduti in passato e che continuano ad accadere. Scagionare l’uomo- se possibile – in quanto uomo, fragile, da ogni colpa. Guardare con compassione alla sua fragilità, per poter avere un futuro meno colpevole di quello nel quale la mia generazione si trova costretta a lottare. Guardando l’uomo nei secoli, con profonda compassione e comprensione appunto, non posso fare altro che avere misericordia per questi personaggi. Non posso che vedere in loro un peccato che è frutto di una storia millenaria fatta anche e soprattutto di errori e di problemi irrisolti…

Camilla Cuparo

 

 

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