Uomo e galantuomo di Eduardo De Filippo

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fotoLa commedia “Uomo e galantuomo”, in scena al Teatro Manzoni, è la conferma dell’arte sublime di Eduardo e della scuola attorale napoletana. Eduardo, come Pirandello, come Sakespeare, non si declina al passato. Eduardo “è”. Non ha bisogno di cosmesi o riletture o rivisitazioni. L’autore, anche nelle opere meno impegnate, si dimostra superbo interprete della vita reale del popolo napoletano (quello dei bassi, ben lontano dalla borghesia del Vomero) e capace di coglierne la poliedrica umanità (che mischia solidarietà e cinismo, allegria e malinconia).

Si applica a Eduardo quello che scriveva il grande Viviani: “Per me la bellezza di un’opera risiede nei particolari minori, nella fedeltà del quadro, nella gradazione dei toni, nell’amalgama dei passaggi, nel sapore della parlata, nell’umanità degli avvenimenti e di come questi si snodano”.

Il successo della farsa (perché di farsa si tratta) è moltiplicato dalla musicalità e fascino della cadenza partenopea e dall’azione frammentata, dai dialoghi esilaranti, dal ritmo della recitazione e delle posture degli stupendi attori fra i quali emerge un grandissimo Gianfelice Imparato dotato di grande versatilità e duttilità buffonesca.

Eduardo mette a punto una trama a più fili, i cui personaggi principali sono Gennaro, nei panni di capocomico di una compagnia di guitti e Alberto (gestore dell’albergo che li ospita) che rimane invischiato suo malgrado in complicati intrighi amorosi. Saputo che la sua innamorata Bice è incinta, Alberto va a chiederne la mano, ma scopre che è già sposata con un conte e, per uscire dall’imbarazzante situazione, si finge pazzo. Quando però racconta la verità al Delegato di Polizia che vuole farlo internare, non viene creduto; né lo aiuta la testimonianza del capocomico Gennaro, che appoggia la tesi della follia. A risolvere la vicenda sarà la scoperta di un’avventura galante del conte, il quale, messo alle strette, comincia a sua volta a “fare il matto”.

Considerato uno dei testi più divertenti del grande drammaturgo è una costruzione vertiginosa di situazioni inverosimili e irresistibilmente comiche, di gag e colpi di scena. Tra tutte è indimenticabile la prova di “Mala nova” di Libero Bovio degli scalcagnati e “affamati” attori nell’atrio dell’albergo e la scena dell’apertura della porta cigolante del “basso” in cui si svolge la rappresentazione. E qui assistiamo a un irresistibile smontaggio dei vecchi trucchi dell’arte povera delle compagnie di giro. Il ricorso poi alla simulazione della follia per uscire da situazioni compromettenti, si rifà, senza mediazioni, ai canovacci della Commedia dell’Arte.

Oltre all’irresistibile Gianfelice Imparato nella parte del capocomico, all’esilarante Giovanni Esposito (la sua spalla Attilio) all’ottimo Valerio Santoro nella parte di Alberto De Stefano e alla bravissima Antonia Truppo in quella di Viola, non possiamo non dare un voto di eccellenza agli ottimi caratteristi Giancarlo Cosentino (Conte Tolentano), Emilio F. La Marca (Il Delegato cavaliere Lampetti) Roberta Misticone (Bice), Alessandra Borgia (Florence e Matilde Bozzi), Lia Zinno (Assunta e Ninetta), Gennaro Di Biase (Di Gennaro e Salvatore De Mattia).

Eccede in minimalismo la scenografia di Aldo Buti, belli costumi di Valentina Fucci e funzionali le musiche di Riccardo Eberspacher e le luci di Adriano Pisi. Merito delregista Alessandro D’Alatri se il meccanismo teatrale funziona alla perfezione grazie alla perfetta scansione dei ritmi, dei toni e delle posture. 

 

 

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